Arromanches-les-bains è una piccola città balneare distesa sulla costa della Basse Normandie. Niente di speciale, a prima vista, eppure conserva immutato l’odore acre della storia. Il 6 giugno 1944, alle sei del mattino, le prime truppe angloamericane sbarcarono su queste spiagge – nome in codice: Omaha Beach. Era il fatidico D-Day, quello che il cinema immortalò come il giorno più lungo. L’inizio dell’operazione Overlord che, condotta da Eisenhower, avrebbe portato alla liberazione della Francia. L’evento decisivo della seconda guerra mondiale.
Giungo ad Arromanches un mattino d’agosto del 2000, provenendo dalla vicina Cabourg. Giulia le ha tentate tutte pur di farmi sbagliare strada, fornendo indicazioni scombinate. Fortunatamente basta seguire le numerose indicazioni che, tra Caen e Cherbourg, segnalano l’itinerario per raggiungere i luoghi del Débarquement. Da queste parti esiste un turismo inconsueto, che si muove come in un pellegrinaggio attraverso i percorsi della memoria.
Il cielo sopra di noi appare livido, un’arietta sottile soffia verso terra portandosi dietro spruzzi d’onde e gocce di pioggia. Parcheggiamo sul ciglio della D516, dietro una fila serpentina di autovetture, quindi scendiamo per un ripido sentiero lungo la falesia, tra ciuffi d’erba incolta e fiori di campo.
In spiaggia incontriamo poca gente, e piuttosto vestita. Ma ciò che colpisce l’attenzione sono alcuni enormi parallelepipedi di cemento, cavi all’interno, corrosi dalla salsedine, rivestiti di alghe e catrame. Sono i resti del porto artificiale voluto da Churchill che le forti correnti portarono ad arenarsi qui. Volgendo lo sguardo verso il mare aperto, la gigantesca struttura costruita in vista dello sbarco appare ancora quasi intatta, a chiudere la prospettiva dell’orizzonte.
È un paesaggio strano quello che ci circonda, vagamente inquietante, completamente differente dalle rive mediterranee. Dappertutto si trovano i segni lasciati dall’azione bellica. Le verdi alture situate alle nostre spalle sono disseminate di bunker tedeschi, al cui interno sono rimasti quasi intatti i mezzi contraerei. Entrarci fa un effetto lugubre, come infilarsi nella bocca di un drago. In quasi tutte le località della costa rimangono resti di postazioni militari, cannoni, carri armati. Monumenti e targhe sparsi per ogni dove indicano i punti precisi dove gli alleati presero terra. Ciascun paese ha un proprio museo, piccolo o grande, a documentare la battaglia di Normandia con fotografie, armi, uniformi.
Tra queste vestigia che sanno di morte mi sento sperduto, e anche Giulia rimugina pensieri che le nuvole non riescono a scacciare. Il nostro silenzio porta lontano, verso l’inferno che dovette essere quel giorno. Sul litorale trovarono la morte migliaia di soldati, falciati dal fuoco delle mitragliatrici, fatti a pezzi dalle mine disseminate ovunque, annegati ancora prima di toccare terra. La battaglia era qui, proprio sotto le nostre scarpe da passeggio. Qui, dove oggi invece il vento fa correre sul bagnasciuga i chars à voile. La dimensione tranquilla delle vacanze familiari è riuscita ad allontanare l’orrore in luoghi più lontani, dove i massacri tuttora continuano.
Risaliti sulla sommità della falesia, ci dirigiamo verso il Musée du Débarquement e poi al Cinéma Circulaire. Come suggerisce il nome, Arromanches 360° è una sala cinematografica circolare in cui lo spettatore prende posto in piedi su una pedana. Intorno, su nove grandi schermi, viene proiettato mediante un procedimento particolare “Le prix de la liberté”. Il documentario mescola filmati d’archivio inediti, effettuati dai corrispondenti di guerra, e immagini attuali riprese negli stessi luoghi oggi restituiti alla pace. Queste ultime sono state realizzate utilizzando un sistema di nove telecamere sincronizzate fissate ad un elicottero, ad un battello e ad un cingolato. L’effetto è notevole, ci si sente davvero immersi nel paesaggio, sprofondati nel cuore dell’azione tra i combattenti del D-Day. E si rivive fisicamente l’intensità del momento storico: navigando lungo il pontile di Arromanches, sorvolando la Pointe d’Hoc, penetrando nelle casematte tedesche, sbarcando con le truppe alleate ad Omaha Beach.
L’emozione che scaturisce da questo viaggio a ritroso nel passato è, a un tempo, formidabile e terribile. Uscendo dal cinema si avverte un’insolita sensazione di disorientamento, come quando ci si risveglia bruscamente dopo un sogno mattutino. Non è vero, non può essere accaduto, ci s’interroga, mentre la realtà davanti agli occhi inizia a riavere una forma più abituale.
ciao Pim,
il tuo racconto di viaggio è poetico e suggestivo. Mi è piaciuto molto.
Non è facile convivere con il passato però mi sembra che lì ci siano riusciti, ne hanno fatto un messaggio per le generazioni future che può essere d’aiuto
Pinky
“la realtà”… quello che hai descritto in modo sapiente fa pensare che la realtà “abituale” non sia poi così “realtà”, ma forse il modo in cui rendiamo accettabile la nostra storia, il passato che ci lasciamo alle spalle.
grazie pim, un saluto
prish
Ho sempre desiderato conoscere i luoghi da te magistralmente descritti. Leggendo il tuo post la voglia di visitare la Normandia è aumentata ulteriormente.
Ciao
Antonio
Piace anche a me viaggiare e immedesimarmi nella storia e nelle tradizioni dei paesi che visito. Complimenti per questo bellissimo post. Un caro saluto, Fabio
A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.
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