La dolce vita“Nessun uomo può bagnarsi nello stesso fiume per due volte, perché né l’uomo né le acque del fiume saranno gli stessi.”

Quando mi capita di rivedere La dolce vita rispolvero Eraclito: sia io sia il film cambiamo ogni volta e ogni volta si aggiunge un frammento di comprensione di cui godo con sottile piacere. In fondo, anche la mia è la favola di un uomo inadeguato e spaesato, simulator ac dissimulator, dissoluto ma con stile. Un uomo che fa fatica ad armonizzare le proprie inquietudini con il mondo che intanto gli gira intorno. Un uomo che è la rappresentazione compiuta dell'incompiutezza. 

Marcello sono io e la dolce vita è l'ozio di Capua in cui, talvolta o sovente, mi crogiolo fino all'ignavia.

Verrà il tempo in cui non sarà più quel tempo e questa dolce vita si dissolverà fotogramma per fotogramma fino a diventare ricordo. La dolce vita di Fellini, che oggi non dà più scandalo ed è proiettata sugli schermi in versione restaurata, come un meraviglioso documento lucidamente impresso su pellicola. E così la mia dolce vita personale. I volti dei personaggi felliniani svaniranno nella memoria (Marcello, Anita, Paparazzo, Steiner). Cambierò forse strada pure io – o la perderò completamente, non so. Chissà se sopravvivrò ancora in bilico tra la lotta e la rinuncia – non avere prospettive in fondo è come possederle tutte.

La consapevolezza è il dramma di ogni risveglio. Ci si addormenta la sera tardi, confidando in qualche miracolosa apparizione (Come here! Sì, vengo ovunque mi porterai…), ma sono i falsi sogni del mattino, quelli che escono dalla porta d'avorio, a confonderci le idee. Solo l'inquietudine non ha età. Come la Roma notturna che sperimentai in un unico eterno colpo d'occhio.

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Pim

A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.

(Umberto Eco, Il pendolo di Foucault)

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