Il passato è così remoto che ci vorrebbe un inventario,
non si trovano più sbarcatoi che ci accolgano salvi a riva
né comodi posapiedi per il procedere passopasso.
Forse mancarono le forze buone dell’immaginazione,
forse furono tutte queste cose messe giù in proporzione
(le menzogne, le tentazioni, e le opere e le omissioni)
ad aver reso funesti i migliori più improbabili auspici,
ad averci separato in due tocchi sulla soglia di casa.
Così noi ci arrendemmo provati, senza più colpo offendere
senza dirci mezzo arrivederci – o probabilmente amaipiù.
pareva troppo difficile e poi senza pronunciarlo lo fu,
trascurammo i dettagli e tutto lasciammo al caso disperato
che davvero non lo era però almeno a lungo inaspettato.
Ci risparmiammo qui l’invocazione ultima della resa
e anche la sofferenza spesa che spesso dopo ne deriva.
Decisi a non essere nature morte in un quadro di Dalì
ci chiudemmo ad uno ad uno nella solitudine dell’uovo.
Ci levammo di mezzo come stivali vecchi abbandonati,
fuggimmo nel parapiglia delle settimane enigmistiche,
delle domeniche del corriere con i sacchi del postino.
Il senso perduto era solo un gioco di ruoli e di parole
di cui non capii bene regole, norme, pratiche, eccezioni.
Non ebbi da lei più sgraditi riscontri e nemmeno altri incontri.
Tutto resta com’era se fingiamo che non sia mai successo.

2 risposte a “La solitudine dell’uovo”

  1. Avatar rosy
    rosy

    è una bellissima poesia sull’amore che fu, sembra un rap.

  2. Avatar Pim

    Grazie Rosy, il paragone mi piace molto. Non è detto però che sia una poesia d’amore in senso stretto, si può riferire più in generale alle relazioni che terminano senza un apparente motivo.

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Pim

A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.

(Umberto Eco, Il pendolo di Foucault)

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