Un breve incontro

Tra tutte le persone che conosco, il mio amico P. è quella che senza dubbio ha maggiore esperienza dell’amore. Perlomeno è colui che ha più teorizzato sulle infinite possibilità dell’amore, dato che non potrei dire che abbia avuto numerosi flirt o eccella nell’arte del corteggiare, Non è tuttavia un uomo felice: anzi, non di rado lo vedo passeggiare solitario con un’aria a metà tra lo smarrito e il perplesso. Ultimamente, poi, appare preda di uno stato di lieve malinconia che gli rende incerto il sorriso e assente lo sguardo. Questione che, dopo alcune relazioni piuttosto tormentate, ora è piuttosto solo. Forse – ma è un’opinione del tutto personale – egli stesso non ha capito la vera essenza dell’amore più di ciascuno di noi. Oppure, nonostante il gran filosofeggiare, ha constatato che la realtà è assai più complessa di quanto egli stesso abbia mai supposto. Oppure, più semplicemente, non è riuscito a trovare la donna ideale. Chissà.

Comunque sia, qualche giorno fa l’ho incontrato per i corridoi dell’Università, intenzionato a fare due passi tra una lezione e l’altra. Il mio amico P. è professore a tempo determinato presso la facoltà di Lettere ma presenta l’aspetto ordinario di uno dei suoi allievi. In effetti ha da poco superato la trentina e sembra ancora un ragazzo, con i suoi occhiali da nerd e i capelli perennemente arruffati. Gli ho domandato se potessi accompagnarlo e così, camminando, ci siamo messi a chiacchierare. Quel giorno pareva in gran forma, la sua ironia era più affilata e pungente del solito, segno evidente di una nevrosi in fase ascendente. Tra un ragionamento e l’altro l’ho invitato a dirmi qualcosa di sé e lui, quasi se lo aspettasse, mi ha narrato l’episodio che ora vado a raccontare. Non ho ben capito se si trattasse di un’esperienza personale, di un’avventura capitata ad altri o di un semplice aneddoto. Da parte mia non sarebbe stato educato insistere e poi, ne sono certo, non me l’avrebbe rivelato.

P. ha iniziato dicendo di aver conosciuto una collega, ma non è sceso nei dettagli circa il nome né sulle circostanze precise dell’incontro. Mi è parso comunque di capire che c’entrasse più il caso che la volontà. Era una giovane donna di una bellezza essenziale, raffinata e affabile: mostrava una perfetta padronanza del proprio essere, controllata nei gesti e nelle parole, volitiva, sicura di sé. Si era avvicinato a lei per scambiare alcune informazioni riguardanti il lavoro e poi, un giorno, aveva chiesto con garbo se potesse accompagnarla a una mostra d’arte. Lei aveva accettato di buon grado e a lui era sembrato che già si aspettasse quell’invito. Cominciarono a frequentarsi in occasione di qualche altro evento culturale e il loro rapporto si venò di una serena familiarità, condita da interessi comuni. Ma quando il mio amico P. cominciò a corteggiarla, si accorse subito che qualsiasi approccio più diretto sarebbe stato inopportuno.

Una sera, seduti vis-à-vis al tavolino di un caffè del centro storico, lui le parlo così.
<< Anche se vorrei esserlo, non sono un poeta per poterti esprimere ciò che ho nel cuore. >>
<< C’entra in qualche modo l’amore? >> chiese lei.
<< Mia cara, tra un uomo e una donna l’amore c’entra sempre. >>
<< Allora preferirei che non dicessi nulla. Potrebbe essere imbarazzante, tanto per te quanto per me. >>
<< Invece lo dirò ugualmente, anche se non sono dotato della maestria che sarebbe necessaria. >> Si prese una breve pausa e poi proseguì: << Vedi, io mi sono innamorato di te. Tu questo lo sai, sei una donna intelligente e certe cose non ti sfuggono. E ho capito che, per qualche ragione, il mio sentimento non può essere corrisposto. Lo accetto, ma resto comunque a tua disposizione. >>

A tua disposizione: disse proprio così. Non ho potuto fare a meno di sorridere per questa espressione desueta.

Lei parve turbata e si limitò a rispondere con nonchalance: << Ti ringrazio ma non possiamo cambiare discorso, per favore? >>
<< Mia cara, quando si parla non si fa altro che parlare d’amore. Se la cosa ti disturba, possiamo anche alzarci e andare via. >>
<< L’hai capito anche tu che non posso ricambiare. Mi dispiace, però sappi che non è questione di disinteresse. Dovrei affrontare un discorso lungo e complicato che riguarda alcuni aspetti della mia vita. Perdonami, non ho intenzione di farlo ora. >>
Lui comprese – o credette di comprendere – e fece una smorfia. << Certo, lo so: sei una donna indipendente, realizzata, nel pieno della carriera e non hai niente da spartire con me. Io sto ancora costruendo un futuro dignitoso nel quale riconoscermi. Sono un moccioso che gioca con gli aquiloni. >>
<< No, non essere ingeneroso con te stesso, non sei assolutamente la persona che affermi di essere. Da come ti comporti e ti esprimi, è evidente che sei un uomo di valore. >>
<< Bontà tua >>, sorrise lui. << Comunque sia, non faccio fatica a immaginare che tu stia cercando qualcuno diverso da me. Hai altre ambizioni e fai bene ad averle, perché meriti molto. >>
<< Mi stai dicendo che faccio bene a non essere innamorata di te? >>, chiese lei con tono incerto.
<< Sì e hai tutta la mia sincera comprensione. Però non sai che potrei donarti molto di più di quanto un uomo innamorato non sia capace. Ho un animo nobile, un cuore generoso e desidererei tanto che mi mettessi alla prova. Capiresti che non ti sto ingannando… >>
Lei si rabbuiò. << Dicono tutti così… Non c’è mai niente di nuovo nelle dichiarazioni d’amore di un uomo. Cosa vorresti fare dunque per incantarmi? Se davvero mi amassi, avresti già fatto qualcosa da tempo. >>
Lui si rese conto di essere stato indelicato e, senza scomporsi, cercò di recuperare la posizione iniziale. << Cosa, per esempio? >>
<< Dovresti saperlo da te >>, replicò lei: << Dedicarmi maggiori attenzioni, dare importanza alla mia presenza, farmi stare bene… dimostrare che sono davvero importante. >>

La conversazione stava prendendo una piega inaspettatamente sgradevole. << Mia cara, non sono un poeta, né un cascamorto, né tantomeno un eroe. >>
<< Chi ama come dice di amare, o come si dovrebbe, può diventare poeta, cascamorto ed eroe per un sorriso, un cenno o una parola della sua amata. Non credi? >>
La sua voleva essere era una provocazione ma, pronunciata con tono pungente, innescò nel mio amico P. una vaga irritazione. << Hai ragione. Ma se facessi il poeta, il cascamorto o l’eroe sarebbe soltanto per il dolore e la disperazione di sapere che il mio amore non è così forte o come tu certamente imporresti. >>. La risposta era perfetta per chiudere la questione e passare oltre, ma lui si lasciò scappare una considerazione che non avrebbe dovuto fare. << Io ritengo però di avere una qualità in più rispetto alla figura di amante ideale che hai appena descritto. >>
<< Quale? >>
<< Io ti comprendo. >>
<< Che cosa comprendi di me se quasi nemmeno mi conosci? >>, replicò lei, visibilmente infastidita.

Lui si accorse di aver alzato troppo la posta e, invece di uscire dal gioco come avrebbe dovuto, decise per impulso di far saltare il banco. << Capisco che vorresti amare, amare fino a perderti, amare assurdamente e non ti concedi la libertà di farlo. >>
<< Mi sono rassegnata, questo è vero. Per il resto, non intendo che cosa vuoi dire. >>
<< Tu cerchi l’amore così come lo cerco io, vero? >>
<< Può essere. >>
<< Perciò puoi anche non desiderare me e, dunque, sarà il caso che io non ti importuni più. Ma, prima che io desista, puoi ancora dirmi se mai una volta hai incontrato il vero amore? >>.
<< Sei indiscreto. Ad ogni buon conto la risposta è: sì. E ho avuto la certezza di essere stata riamata. >>
<< Ora invece ti sei rassegnata, come hai appena ammesso. Hai escluso l’amore dalla tua vita, sostituendolo con il lavoro, la carriera, cercando così di riempire ogni momento vuoto con impegni e attività di vario genere. >>
<< È possibile che sia così, non discuto. Non vedo però il motivo per cui tu debba giudicare le mie motivazioni. >>
<< Mia cara, vorrei che non facessi come me >>, esclamò lui con tono accorato. << Non nasconderti dietro la professionalità per proteggerti dai sentimenti e dalle emozioni. Non cercare rimedio alla solitudine con il lavoro e le scadenze. Ti prego, non perdere il coraggio e la voglia di amare. Non ripiegare su te stessa, non lasciarti intossicare dal troppo fare per non pensare. >>
<< Come osi dire queste cose? >>, proruppe lei con un gesto di stizza. << Con quale diritto ti permetti di analizzare la mia esistenza con le tue illazioni? >>

Il mio amico P. si era reso conto di aver parlato più di quanto avrebbe dovuto e cercò di rimediare: << Non ho alcun diritto, hai ragione. Sono stato indiscreto e ti chiedo perdono. Se però avessi detto qualcosa di sbagliato, non avresti reagito certamente in questo modo. >>
<< Sei presuntuoso: pensi di conoscere gli altri, ma nemmeno conosci te stesso. Neanche tu hai trovato il vero amore. Anche tu, come me, arranchi nella solitudine. >>
<< Hai ragione. Soffro anch’io dello stesso scompenso affettivo e ho messo istintivamente in atto i tuoi meccanismi di difesa. Non ho smesso però di credere nell’amore e il mio cuore resta aperto e disponibile a nuove esperienze. >>
Lei distolse lo sguardo. << Perché hai deciso di ferirmi così? Solo perché ti ho respinto? >>
<< No >>, rispose lui, << Il motivo vero è un altro. L’ho fatto perché ti amo e detesto che tu sperimenti la mia stessa condizione di infelicità. >>

A quel punto cadde il silenzio. Un silenzio greve, carico di tensione non voluta eppure palpabile. La conversazione aveva preso un abbrivio sbagliato e nessuno dei due era stato capace di fermarla in tempo. Funziona sempre così: quando non può essere corrisposto, l’amore si trasforma in una sostanza nociva che corrode l’anima.
<< Forse ci siamo detti troppo, <<, disse sottovoce lei, << È meglio che andiamo. >>

Il mio amico P. chiamò il cameriere con un cenno della mano e chiese il conto. Usciti dal locale, lui le strinse la mano scusandosi per aver pronunciato certi giudizi sconvenienti. Sapeva in cuor suo di aver smarrito la consueta padronanza di sé. L’amore vuole tutto, prendere e darsi completamente, e lui si era lasciato afferrare da questa dimensione istintiva. Se il baricentro emotivo si sposta fuori dal controllo razionale, è inevitabile che possa fare danni.

Nel congedarsi, sul viso di lei comparve un’espressione di incertezza, come se si fosse trovata sul punto di confidargli qualcosa. Intendeva forse concedergli che, in fondo, non erano poi tanto dissimili? Che, nonostante l’insolenza, aveva percepito la sincerità del suo sentimento e lo gradiva più di quanto se ne rendesse conto?

In ogni caso, l’imbarazzo che si era creato tra i due fu più forte di ogni possibile considerazione. Non fecero altro che allontanarsi con passo svelto lungo due direzioni opposte. Con l’immaginazione mi pare persino di vederli, immersi nei propri pensieri, avviarsi verso le rispettive automobili.

Mentre P. concludeva il racconto, ho pensato che, se soltanto si fossero lasciati uno spiraglio di speranza, avrebbero potuto rivedersi. Non è detto che si sarebbe sviluppato un sentimento reciproco, questo no: le loro esistenze avrebbero tuttavia potuto brillare di una luce nuova. Si sarebbero frequentati, magari avrebbero smussato gli angoli e sarebbe nato un qualche tipo di relazione che avrebbe consolato entrambi dagli affanni dell’esistenza. Invece – così il mio amico ha terminato la storia – tra loro ci fu soltanto questo breve incontro. Si ritrovarono ancora in alcune occasioni legate alla professione, per qualche momento che spesero soprattutto a sfuggirsi nuovamente.

Quale è secondo te il significato di questa storia, ha domandato P. alla fine del suo racconto. Vista la mia esitazione ha proseguito con tono ironico: sei forse convinto che ogni storia debba averne per forza uno? E pensi davvero, ha ancora aggiunto, che ogni incontro che facciamo debba essere necessariamente importante?

In mezzo a tutti quei dilemmi, cui non ho saputo replicare in maniera convincente, me ne sorge ora un altro: chissà se il mio amico P. ha voluto raccontare una vicenda realmente accaduta oppure intendesse soltanto burlarsi di me. E chi può dire se non fosse semplicemente un conte philosophique nel quale trasmettere una visione personale dell’amore?

Lascio a voi giudicare, se ciò vi pare importante. Però posso garantirvi che il mio amico P., per quanto si schernisca, è un poeta con l’anima di un bimbo impertinente. Gli piace giocare con la realtà mischiandola alla fantasia e ne trae affabulazioni con le quali si diverte a sconcertare gli amici. Magari insegnando loro qualche verità.

(Prima stesura: gennaio 1996)

2 risposte a “Un breve incontro”

  1. Avatar Cinzia*

    che simpatica coincidenza…
    il tuo amico ha la tua stessa iniziale del nome… forse si chiama come te!

    “E pensi davvero, ha ancora aggiunto, che ogni incontro che facciamo debba essere necessariamente importante?”
    secondo me… ogni incontro che facciamo nella nostra vita… nel bene e nel male ci insegna sempre qualcosa… di unico… di importante…

    buona notte Pim… 😃🌌

    1. Avatar Pim

      P. ha a che fare con me, vero, però ho preferito depistare su molti aspetti – d’altro canto, un autore non può che identificarsi con gli avverbi (cit).
      Come te, ho la tentazione di credere che tutti gli incontri che facciamo nel corso dell’esistenza siano importanti, anche se magari non ne serbiamo neppure memoria. Credo tuttavia che, per una questione statistica e forse anche cognitiva, non sia così. E allora cerchiamo di renderci importanti nel momento presente, sarà la vita a decidere.
      Buona domenica Cinzia!

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Pim

A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.

(Umberto Eco, Il pendolo di Foucault)

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