Il sole si specchia nel mattino, il vento sorvola la pelle, rumori di fondo echeggiano inconsueti, gli occhi si dirigono verso luoghi ancora senza sguardo. Assaporo la bellezza del presente, di attimi ancora inviolati, pregustando la passione che indugerà su di un viso sconosciuto, da sempre amato, su un corpo mai solcato se non dal desiderio. La bocca già si accende per un bacio che sta per essere scoccato, e tutte le parole raccontate diventeranno tra breve carne della nostra carne.

 

Innocenti emozioni zampillano dalla fonte dell’immaginazione, mentre il tempo a lungo sognato affiora limpido sul filo dell’orizzonte. Lacerti fibrosi di mistero annodati sottocute si dissolvono delicatamente come la fine di un incantesimo. Un sentimento di miele selvatico cola dalle arnie dei ricordi e si mischia ai pensieri fragranti che escono dalla notte. Ancora un istante, e poi la gioia dell’incontro strariperà dal cuore in un tremito di febbre.

 

All’improvviso, tu sei là. Quasi senza cercare, i miei occhi si sono aperti su di te. Eccomi, guardami, sono qui che ti sto correndo incontro, le braccia spalancate, senza più respiro né pensieri.

Dopo tanto attendere, ora ci avvolgiamo nel silenzio dei sorrisi e delle lacrime.

 

(Firenze, 28 dicembre 2005)

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Pim

A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.

(Umberto Eco, Il pendolo di Foucault)

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