All’alba la costa normanna sembra trattenere il fiato dopo la tempesta notturna. Una bruma densa ingoia le abitazioni lasciando alla vista solo pochi dettagli. I lampioni lungo la strada diffondono una luce giallastra, che non illumina e confonde il paesaggio.
Lui cammina senza sapere bene perché sia giunto fin lì. È un uomo abituato ai porti, agli scali deserti, alle stazioni ferroviarie fuori mano come quella in cui è giunto. Lo si potrebbe descrivere come un legionario o un contrabbandiere – dipende da chi racconta la storia. La voce off di qualche vecchio film in bianco e nero direbbe che è un uomo che ha visto abbastanza da non stupirsi più di niente. Ma stamattina il suo sguardo vaga incerto, alla caccia di qualcosa o di qualcuno.
Lei è una ragazza dell’Est, scappata di casa, con la valigia malandata e i capelli che sono fili d’oro sporchi di pioggia. Nei suoi occhi c’è la risolutezza che si vede solo nei carcerati in fuga o negli emigranti alla deriva. Lui la segue per un momento e poi la ferma con la mano. È stata lei a trascinarlo in questa storia. O forse è stato lui ad aver deciso tutto ancora prima di incontrarla.
Quando giungono alla locanda sul mare, vengono accolti da un portiere dall’aspetto impeccabile e di poche essenziali parole. Uno che sembra nato per stare dietro il banco di una reception: osserva senza giudicare o giudica senza darlo a vedere. Ha mani grandi, movimenti lenti e occhi che inquadrano il mondo come una macchina fotografica. Porge loro le chiavi con un gesto cerimoniale, come se consegnasse loro non una stanza ma un rifugio segreto. Nessuna domanda, nessun sorriso forzato: solo il silenzio di chi sa per mestiere che non è il caso di ficcare il naso.
La stanza appare trascurata, spoglia, sembra abbandonata da tempo. Muri opachi senza quadri, vetri sottili che tremano a ogni colpo di vento, termosifoni appena tiepidi che perdono acqua, un pavimento di legno a lisca di pesce che scricchiola stonato. In un angolo una valigia aperta, una ventiquattrore poggiata sul tavolo, qualche capo d’abbigliamento gettato sulla poltrona, una bottiglia di sidro ai piedi del letto, tra le lenzuola umide gemiti brevi e intensi. Un uomo e una donna fuori posto cercano di dimenticare qualcosa che li riguarda, i corpi aggrappati come naufraghi in alto mare.
Terminata la battaglia dei sensi, lei si accende una sigaretta e inizia a parlare. Racconta che, nel suo paese d’origine, ogni studente delle scuole superiori passa per un addestramento militare di base con armi da fuoco. L’esercito organizza gare di tiro al poligono e lei sa maneggiare un kalašnikov con la naturalezza con cui le coetanee occidentali portano la borsetta. Lui riferisce di essere figlio di un diplomatico e di aver trascorso l’adolescenza in uno Stato dell’Africa equatoriale: è cresciuto tra ambasciate assediate, piste sterrate e minacce sbraitate nelle caserme. Un avventuriero, insomma, un mediatore di affari poco chiari, abituato a muoversi in luoghi dove la carta d’identità non basta e la parola data vale meno di un bicchiere di rum.
Fuori dalla stanza la spiaggia di ciottoli combatte contro il maestrale che si è nuovamente levato, mentre i gabbiani emettono stridii agghiaccianti. La falesia sorveglia tutto dall’alto, immobile come un commissario di polizia. La bassa marea scopre le ferite della terra ancora intrisa d’acqua. I pescatori rientrano in porto, le reti cariche, i muscoli a pezzi, le mani intirizzite. Loro sì che sanno come funzionano certe cose.
Nella piazza principale del villaggio si svolge il mercatino del pesce, con le cozze ammassate in piccole montagne scure e le sogliole distese come fogli abbandonati. La donna passa in mezzo alle bancarelle come farebbe una bambina curiosa. L’uomo la segue paziente, fingendo calma, fingendo sicurezza, fingendo tutto ciò che non sarebbe mai disposto a confessare.
Senza una meta precisa finiscono per dirigersi verso il molo, schiaffeggiato dagli spruzzi di acqua salata. I lampioni, allineati come un plotone di esecuzione, si alternano a panchine di pietra fradice. Lei parla a raffica, agitando le mani nell’aria tagliente, i gesti spezzati dalla tensione che visibilmente la attraversa. Lui resta appoggiato alla balaustra, il bavero del cappotto alzato, una sigaretta che si consuma lenta tra le dita. Pronuncia le sue risposte con un movimento delle labbra appena accennato, in modo meccanico, quasi fossero un contraccolpo.
Da lontano non si può udire nulla. La risacca copre tutto, inghiottendo ogni sillaba. Le onde salgono e si ritirano, e con esse svanisce il senso stesso del dialogo – una discussione accesa, forse un litigio. Ad un certo momento lei fa qualche passo in avanti, con il busto proteso e la testa bassa; lui scarta di lato, aprendo al contempo le braccia.
Qualche ora dopo il cameriere di un bar, mentre passeggia sul lungomare durante la pausa pranzo, vede galleggiare una bottiglia di plastica. All’interno c’è un foglio arrotolato – un messaggio segreto, una richiesta d’aiuto, chissà, Alzando lo sguardo, scorge non lontano la sagoma di un cadavere che giace sul bagnasciuga. I gabbiani gli zampettano intorno, sembrano poliziotti sulla scena del crimine.
Solo allora la gente del porto, che è subito accorsa, nota la sua presenza. Il portiere della locanda staziona poco più in là, immobile nella nebbia che sta scendendo, come un dettaglio che non dovrebbe esserci e invece c’è. Indossa la divisa della sera precedente, con il colletto della camicia aperto e il nodo della cravatta allentato, incurante dell’umidità che si insinua nelle ossa. Osserva la scena con lo sguardo distaccato di chi conosce qualcosa che preferirebbe non sapere.
La donna al suo fianco, quella cui aveva consegnato le chiavi della stanza, gli rivolge un cenno. Lui ricambia appena, gli occhi puntati sul corpo che giace senza vita. Poi, lentamente, tira fuori qualcosa dalla tasca dei pantaloni: un guanto di lattice blu, ancora impregnato di acqua salmastra. Lo esamina, lo rigira tra le dita, come se stesse verificando un particolare insignificante, e lo rimette via senza proferire parola. In quel gesto passa un’intera storia che nessuno dei due intende commentare.
Il portiere fa un passo indietro e si volta, come chi ha già visto abbastanza e preferisce scomparire prima che qualcuno lo obblighi a parlare. A questo punto la voce off direbbe: “Alcuni segreti non hanno bisogno di essere cercati. Vengono a trovarti da soli, anche se tu non lo vuoi.”
Dissolvenza in nero.
Nella sequenza successiva la ragazza ricompare seduta al tavolo della sua stanza ora deserta. Sta leggendo un libro tenendo la testa tra le mani, l’aria assorta, quasi assente. Il volto sfodera un’espressione indecifrabile, come se contemplasse un’ombra fuori campo. Gli occhi castani emettono un luccichio freddo, qualcosa che non appartiene alla resa ma alla determinazione. Sul letto disfatto alle sue spalle compaiono un panno di cotone sporco, un flacone di solvente e alcune pallottole che brillano sotto la luce obliqua proveniente dalla finestra.
Dietro la porta socchiusa, quasi invisibile, spunta la sagoma scura del portiere. Non entra. Non parla. Rimane scolpito sulla soglia trattenendo il fiato. Guarda lei – o forse guarda ciò che ha lasciato sul letto.
Un’inquadratura muta come epilogo.
La nebbia, fuori, si richiude lenta sui tetti spioventi.
Come se volesse custodire quanto rimane.
Oppure cancellarne le tracce.
(Prima stesura: novembre 2025. Il quadro è di Francine Van Hove)








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