photo by Pim

Quel pomeriggio dell’11 settembre rientro a casa dopo aver trascorso una mattinata lunga e noiosa. Come facevo spesso in quei tempi senza Internet, accendo la televisione per informarmi sulle ultime notizie. Facendo un rapido zapping, finisco su Rete4 dove mi imbatto in Emilio Fede, più scuro in volto del solito. Che è successo? mi domando. Quando quell’avvoltoio comincia a volteggiare è perché è successo qualcosa di grave.

A New York un aereo fuori rotta è andato a schiantarsi contro una delle Twin Towers. Inizialmente si parla di un errore umano e voglio credere con forza a questa versione. Quando un secondo velivolo trafigge la Torre adiacente, non v’è più dubbio che si tratti di un attacco terroristico in grande stile. Poi l’impressionante crollo finale, con quel terribile boato che per un momento mi richiama il tonfo del tir di Duel. Poi un altro schianto sul Pentagono, un quarto aereo dirottato e precipitato, Bush imbarcato a forza sull’Air Force One…

Trascorro il pomeriggio in stato di trance davanti al televisore, in preda a emozioni confuse e contrastanti, con addosso una sensazione d’incipiente Caduta dell’Impero Romano. Provo orrore e sgomento per l’atrocità dell’attentato, pietà per tutte le vittime. Ma anche rabbia, perché quell’atto gravissimo mi appare come l’estrema conseguenza degli errori commessi dalla politica americana, soprattutto in Medio Oriente. Come sempre, è la popolazione civile, innocente e inerme, a pagarne lo scotto. Per tutta la giornata non riesco a togliermi dalla mente il modo orribile in cui la gente del World Trade Center è morta, bruciata tra le fiamme, schiacciata sotto il cemento armato, sfracellata al suolo.

Ricordo lo stordimento dei giorni successivi, i tentativi più o meno efficaci di razionalizzare, di esorcizzare l’angoscia per un crimine che sarebbe potuto succedere in una qualunque città del globo. Al di là del costo in vite umane, lo schianto di quei due aerei ha avuto una straordinaria efficacia: ha dimostrato a noi “occidentali” che, per essere in guerra, non occorre andare al fronte. Da quel momento in avanti, ci siamo sentiti tutti più vulnerabili.

(photo by Pim. National September 11 Memorial & Museum, New York, 30 luglio 2024)

6 risposte a “Random Access Memory. September 11, 2001”

  1. Avatar Celia

    Ma l’oggetto nella foto cos’è?

  2. Avatar Pim

    Se non ricordo male, è un pezzo del motore appartenente a uno degli ascensori del WTC. Il Museo – Memoriale di Ground Zero accoglie molti resti delle Twin Towers, tra cui parti delle colonne d’acciaio, la rampa di una scala rimasta intatta, un camion danneggiato dei vigili del fuoco e altro ancora.

  3. Avatar Cinzia*

    “Da quel momento in avanti, ci siamo sentiti tutti più vulnerabili.”
    aggiungo… anche… queste parole… che continuano le tue…
    “Con l’11 settembre molto è cambiato: ora è diffusa la coscienza del contingente, dell’effimero, della fragilità.”
    (James Francis Stafford)

    1. Avatar Pim

      È esattamente così. Grazie Cinzia, buona giornata 🌹

  4. Avatar Nemesys

    Un ricordo che torna come un lampo: non solo l’immagine di un evento, ma la sensazione precisa di quando il mondo ha cambiato direzione. Il tuo racconto restituisce quella frattura — intima e collettiva — con una lucidità che ancora oggi fa tremare la memoria.

    1. Avatar Pim

      Grazie, sei molto gentile. In effetti, ho ripreso il post che scrissi in un forum esattamente un anno dopo l’attentato. Nel riproporlo, ho provato nuovamente quello stato d’animo, perplesso e confuso. L’11 settembre 2001 il mondo cambiò davvero verso e direzione, imboccando un percorso che ci appare ancora oscuro.

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Pim

A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.

(Umberto Eco, Il pendolo di Foucault)

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