Siamo alle solite. Periodicamente i giornalisti istigano polemiche sugli atleti a proposito dell’Inno di Mameli, subito sfruttate dai politici. A me non pare così grave che Plankensteiner lo ignori, perché non ritengo rappresenti un’irrinunciabile patente d’italianità. E ho trovato francamente sgradevole che si pretendesse da lui un’esibizione riparatrice. Allo stesso modo, non mi sembra indispensabile che i calciatori siano tenuti a stonarlo con la mano sul cuore e l’occhio perduto nel vuoto. Sì, nel caso dello slittinista entra in gioco l’appartenenza all’etnia sudtirolese, la quale è da sempre fonte di rigurgiti separatisti. Però è chiaro che qualcuno cerca di strumentalizzare la questione.

Ci avviciniamo alle elezioni, e certa Destra non riesce proprio a trattenersi. Va bene, dico io, siamo italiani. Ma non è necessario sottolinearlo ad ogni piè sospinto. Non ci perdiamo in inutili tautologie. L’abbiamo ben presente ogni volta che una qualunque statistica ci piazza invariabilmente agli ultimi posti tra i Paesi dell’Unione Europea. Ce l’ha ricordato persino Calderoli con il suo show…

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Pim

A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.

(Umberto Eco, Il pendolo di Foucault)

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