Le parole della gente scendono come pioggia infinita in una tazza di plastica, scivolano addosso senza fermarsi e si disperdono sulle strisce pedonali laccate di fresco. Sono pozzanghere di caffè illuminate dai neon delle vetrine, lucide come acquari in cui leggere si muovono le commesse. I pensieri intanto vagano come il vento dentro una cassetta delle lettere e ogni tanto perdono quota, infrangendosi sui divieti di sosta.
Il crepuscolo scola lattiginoso. Nuvole di gomma si stirano stanche nel cielo, grondando affrante acqua velva per ogni dove. I semafori singhiozzano in silenzio a periodi spezzati, mentre ombre di terra nascondono i passi sulla pensilina. Autobus di carta di giornale galleggiano da una sponda all’altra della piazza, imbarcando e scaricando passeggeri di cellophane grigio. Lontano, le traversine delle rotaie ondeggiano sul pavé percorsi incerti che s’inabissano nel crepaccio di uno scavo in corso. Non so calcolare quante buche ci vorrebbero per riempire il vuoto che ho nella testa – non riesco a contarle tutte. Una foschia gialla striscia la schiena sui vetri appannati delle finestre.
Sotto i portici affumicati dalle tavole calde, dietro tavolini di cialda e cioccolata, ammicca brillante l’insegna di un piccolo cinema. D’improvviso mi ritrovo a fluttuare controcorrente, rapito nei gorghi di una ridente brigata in cerca di una prima visione. Quasi sarei sul punto di unirmi a quella processione disordinata di scarpe bagnate, pagare un giusto pedaggio per spegnere un poco la mente, rannicchiarmi in posizione fetale tra le braccia di una comoda poltrona, mettere da parte ogni inquietudine e ascoltare il colore che indossano i sogni. Forse potrei lenire questo mal di vivere che sembra materializzarsi sul selciato, scordare quest’insensatezza in cui lo sguardo affonda senza mai riemergere.
Poi penso che anche la pioggia è uno stato mentale (it’s just a state of mind), allora decido che non m’importa più niente, che non voglio più nascondere la testa. E invece dell’oscurità regressiva della sala, affronto rassegnato la notte che da sempre mi appartiene.
(Autunno 2003)







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