Il_dolce_naufragare Il sole s’immerge tra le montagne come un biscotto inzuppato dentro una tazza di tè. Plof. Il giorno finisce così, e buonanotte al secchio. Neanche un minuto secondo si salva da questa calma di vento sospesa tra l’anima e la piana. Oggi si confonde con ieri, probabilmente anche con domani. La vita non manda (ancora) avvisi di pagamento ed io (perciò) fingo di non capire. Se non fosse per questa valigia d’inutilità nel bagagliaio starei persino bene. La mancanza di prospettive dà una gradevole assuefazione, rilassante l’abulia che ne deriva. Perdi l’attenzione per i dettagli: ti concentri su un punto indefinito oltre le nuvole e fai il vuoto. Ssst. Il trucco sta nell’imparare a trattenere il fiato per tempi sempre più lunghi, finché non hai più bisogno d’aria per respirare. E allora il naufragare è dolce in questo mare.

(22 maggio 2007)

9 risposte a “Il dolce naufragare”

  1. Avatar Agnès

    Io l’ho sempre detto che la montagna mette tristezza….

  2. Avatar donnanonmoderna

    Respira non fare sciocchezze, per il naufragio c’è sempre tempooooooooooooo…..
    ciao “campione”
    Carmela

  3. Avatar irenespagnuolo

    E quel gioco di luci ed ombre ti intontisce un pò…quel tanto che basta per scivolare in una malinconica quiete.

  4. Avatar Pim

    Cupio dissolvi, sul far della sera…

  5. Avatar anecòico

    non c’è spettacolo migliore del tramonto dietro al Monte Bianco, osservato a 1700m di altezza dal belvedere di Gimillan. È bello sentirsi piccoli e insignificanti dinanzi alla maestosità del Creato. Aiuta a ricordarci ciò che siamo, o non saremo mai.
    anecòico [CattivaMaestra]

  6. Avatar francesca

    esprimi uno stato d’animo in maniera perfetta

  7. Avatar Emilia

    Come ti leggo sempre volentieri… Ciao Giulia

  8. Avatar Prishilla

    leggere questo oggi fa bene
    ciao, prish

  9. Avatar marco
    marco

    Bravo!
    E molto bello
    Ciao, Marco

Rispondi

Pim

A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.

(Umberto Eco, Il pendolo di Foucault)

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