La_vita_atroce La vita è atroce; lo sappiamo. Ma proprio perché aspetto tanto poco dalla condizione umana, i periodi di felicità, i progressi parziali, gli sforzi di ripresa e di continuità mi sembrano altrettanti prodigi che compensano quasi la massa dei mali, degli insuccessi, dell'incuria e dell'errore. Sopravverranno le catastrofi e le rovine; trionferà il caos, ma di tanto in tanto verrà anche l’ordine. La pace s'instaurerà di nuovo tra le guerre; le parole umanità, libertà, giustizia ritroveranno qua e là il senso che noi abbiamo tentato d'infondervi. Non tutti i nostri libri periranno; si restaureranno le nostre statue infrante; altre cupole, altri frontoni sorgeranno dai nostri frontoni, dalle nostre cupole; vi saranno uomini che penseranno, lavoreranno e sentiranno come noi: oso contare su questi continuatori che seguiranno, a intervalli irregolari, lungo i secoli, su questa immortalità intermittente.

(Marguérite Yourcenar, Memorie di Adriano)

Sprazzi di giustizia e di felicità. Questo è tutto ciò che dobbiamo attenderci. La quiete tra le tempeste. Nel frattempo, seguitiamo a vivere. Qualcosa resterà.

3 risposte a “La vita è atroce; lo sappiamo”

  1. Avatar luigi

    Mi pare un finale un pò troppo fatalista,PIM. Preferisco pensare che l’uomo è arbitro del suo destino e ma pare che la storia dimostri che è così.
    luigi

  2. Avatar Patricia Soda

    La vita che viviamo è una scelta fatta da altri. Cerchiamo di renderla gradevole, ma l’amara realtà è che è soltanto fine a se stessa. Cio’ che l’umanità fa, è relativa soltanto all’umanità.

  3. Avatar Pim

    Secondo il concetto di entropia, le trasformazioni avvengono invariabilmente nella direzione del maggior disordine. L’aumento di entropia è un fattore strutturale e irreversibile dell’universo. Il problema dei rifiuti in Campania non è che un’esemplificazione di ciò che ci aspetta…
    🙂

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Pim

A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.

(Umberto Eco, Il pendolo di Foucault)

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