"Egli racconta camminando su e giù nel mezzo della sala del caffè, fermandosi solo ogni tanto, quando l’espressione richiede un certo atteggiamento enfatico… Non di rado durante qualche affascinante impresa… si interrompe improvvisamente e se ne va… Gli ascoltatori, tenendo in sospeso la loro curiosità, sono indotti a ritornare alla stessa ora il giorno dopo per ascoltare il seguito…"
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Lultimo_hakawati
Abu Shadi si esibisce tutte le sere alle 19 nell’elegante caffè Al-Nawfara, nei pressi della Moschea Omayyade a Damasco. Vestito con pantaloni a sbuffo, gilet, baffi alla Groucho Marx e fez in testa, prende una sedia, apre uno dei suoi volumi di racconti scritti a mano e comincia a leggere.
Abu Shadi si considera con orgoglio venato di malinconia l’ultimo hakawati. L’ultimo cantastorie di professione. Come molte tradizioni del mondo arabo, quest’arte antica sta soccombendo ad altre forme di spettacolo: in primo luogo la televisione, i cui programmi seriali ottengono in Siria un vastissimo seguito popolare.
Le storie narrano le imprese leggendarie del sultano Beybars o di Antar ibn Shadad, eroi appartenenti all’epica islamica autori d’imprese fantastiche, astuzie e magie. Ma ciò che più affascina è la mimica con cui Abu Shadi le mette in scena: interrompendo l’azione con commenti e battute, enfatizzando i discorsi pronunciati dai personaggi, sottolineando i momenti topici con il roteare di una spada che picchia su una tavola di rame. Il pubblico viene coinvolto di continuo, partecipa rumorosamente e si diverte da matti. Anche il turista straniero che, sorseggiando una tazza di tè verde, non capisce una sola parola. Purtroppo gli spettatori sono sempre meno numerosi. Abu Shadi sostiene che nessuno trova più il tempo per ascoltare questi racconti ed è convinto che, con lui, finirà l’epoca dei cantastorie. Com’è già successo da noi, molti e molti anni fa.

7 responses to “L’ultimo hakawati”

  1. Avatar Prishilla

    Abu Shadi merita che qualcuno canti la sua storia, no?
    😉 Prish

  2. Avatar gobettiano

    Chissà se i suoi racconti sono stati o saranno pubblicati. Già perdere l’interprete è un gran peccato.
    luigi

  3. Avatar Pim

    Navigando per la Rete ho trovato appena un paio di cenni su Abu Shadi, Prish. Così ho pensato di scriverne qualcosa perché il personaggio è, sì, folcloristico, ma forse è l’ultimo rappresentante di una cultura che sta scomparendo.

  4. Avatar Pim

    Non credo Luigi. Quei racconti, appartenenti alla tradizione orale, sono già stati ampiamente pubblicati. La peculiarità di Abu Shadi sta soltanto nella colorita messinscena che riecheggia quella dei pupari siciliani. Oggi il pubblico è più attratto da altre forme di comunicazione, in primo luogo dalla televisione: la Siria è la maggiore produttrice di fiction di successo, trasmesse in tutto il Vicino Oriente. La modernità è arrivata anche laggiù…

  5. Avatar irenespagnuolo

    Eh si è arrivata anche laggiù la modernità…con questi brutti risvolti. Che tristezza perdere il colore e il calore della cultura e delle tradizioni. E pensare che poi arriva sempre il tempo del rimpianto…
    Irene

  6. Avatar Pim

    Non è in gioco esclusivamente il cambiamento dei gusti nelle nuove generazioni, Irene. L’incremento delle spese militari (la Siria è ancora ufficialmente in guerra con Israele) ha peggiorato le condizioni della popolazione determinando oltretutto tagli nel bilancio e, di conseguenza, anche alla Cultura. Non stanno scomparendo soltanto gli interpreti, ma purtroppo sta venendo meno l’attenzione governativa verso i generi più tradizionali. Un po’ come da noi…
    Ciao, grazie per il tuo intervento.

  7. Avatar irenespagnuolo

    A me pare comunque, non so in Sira ma da noi si, che sia in crisi il midollo innanzi tutto. A noi più che la Cultura interessa ben altro purtroppo. E chi governa non fa che interpretare questa tendenza molte volte…Non è una nota politica la mia, anzi, vale proprio per tutti.
    Ciao Pim
    Irene

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Pim

A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.

(Umberto Eco, Il pendolo di Foucault)

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