Tours

Tours è una delle città francesi che più amo. Sulle prime pare niente di speciale, a parte quei due isoloni sulla Loira, Ile Simon e Ile Aucard. Li vedo passando su Pont Wilson, provenendo da Le Mans. Per un attimo ho la sensazione di essere giunto a Parigi, ma forse è soltanto la stanchezza accumulatasi in due settimane trascorse lungo le strade della Bretagna.
Tours è stata la prima tappa del viaggio e stasera costituisce l’ultima, prima del ritorno a casa. Dopo un paio di tentativi, in cui Giulia ha contrattato senza esito, ci fermiamo in una pensioncina due stelle nei pressi di rue Colbert. Posiamo le valigie, una doccia, quindi usciamo per cenare.
Il quartiere vecchio, compreso tra la basilica di Saint Martin e il fiume, emana un fascino particolare: le vie strette in parte pedonalizzate, le case antiche ben restaurate, le piazze ornate a giardino. Place Plumereau, il centro del quartiere, appare circondata da bellissimi edifici a graticcio del ‘400. Seduti al tavolo di un déhors, i nostri discorsi sono oramai volti a ricordare. Un senso di rilassata serenità avvolge finalmente le nostre impressioni dopo tanto frenetico girovagare. Un’orchestrina jazz e il brusio in sottofondo della gente mettono insieme un piacevole sottofondo sonoro alla luce degli antichi fanali.
Il mattino seguente, verso le nove, troviamo un bar che ha appena aperto e prendiamo un petit déjeuner a base di caffè, brioches e succo d’arancia. Alle nostre spalle, Mtv propone una sensuale canzoncina di Jennifer Lopez che sembra accompagnare per mano questi ultimi istanti di vacanza. Poi, non prima di aver visitato l’ardita cattedrale gotica di Saint Gatien, la partenza.

(Agosto 1999, dai miei appunti di viaggio)

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Pim

A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.

(Umberto Eco, Il pendolo di Foucault)

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