Ciò che Mary non sapeva

Ciò che Mary non sapeva era essere un autobus fermo al semaforo, un marciapiede calpestato tutto il giorno, un lampione ricurvo sul corso principale.
Ciò che Mary non sapeva era essere uno zaino appeso alla spalla, un paio d’occhiali e un cellulare in tasca, quel brusio di fondo dietro gli angoli.
Ciò che non sapeva era essere il lavandino del bagno al pianterreno, la porta chiusa dell’aula, le tre persone lì in attesa, il bidello seduto a leggere il giornale e il giornale aperto davanti a lui.
Non sapeva ciò che era essere il cameriere che puliva il bancone, la ragazza che si soffiava il naso, un signore con il cappello sulla sedia, il cane accucciato sotto il tavolo.
Ciò che Mary non sapeva era essere il vento ghiacciato lungo il ponte, il cielo spugnato sopra i tetti, il frusciare di tutti i pensieri nella testa della gente che incontrava.
Ciò che Mary non sapeva era essere i colori che vedeva.
Ciò che Mary non sapeva era essere un ricordo.
Ciò che Mary non sapeva era essere quel ricordo che nessuno conosceva.

(3 dicembre 2009, aula 10)

5 risposte a “Ciò che Mary non sapeva”

  1. Avatar rosy
    rosy

    mi sono domandata tante volte com’è essere un’altra persona, o un oggetto, un animale, una cosa qualunque insomma… il tuo brano supporta questi miei pensieri…

  2. Avatar Fak_U

    Alla fine Mary, la scienziata che doveva sapere tutto sui colori… non sapeva nulla… perchè solo vivendo si può realmente scoprire qualcosa

  3. Avatar Pim

    Rosy:
    Il senso è proprio questo: com’è essere un’altra cosa, un’altra persona? Non possiamo sapere che cosa si prova, perché non siamo quella cosa o quella persona: ignoriamo l’aspetto qualitativo della sua esistenza.
    @ Fak U:
    Frank Jackson docet. Vedo che siamo preparati sui filosofi della mente! 🙂
    Buon fine settimana, grazie.
    Pim

  4. Avatar Prishilla

    Cio che Mary non sapeva era che qualcuno sapeva ciò che non sapeva essere…. 🙂
    Ciao Pim, buona settimana!

  5. Avatar Pim

    Grazie, anche a te Prish!

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Pim

A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.

(Umberto Eco, Il pendolo di Foucault)

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