A New York era passata da poco la mezzanotte. L’assassino e la sua vittima erano stati presi in custodia da chi di dovere. In un’atmosfera di attonito silenzio, la gente si andava già radunando davanti al grande, vecchio passaggio a volta neogotico del palazzo Dakota. L’Inghilterra, avanti di cinque ore per il fuso orario, non sapeva ancora nulla: soltanto le sonnecchianti guardie dei servizi di sicurezza e i viaggiatori molto mattinieri sentirono alla radio, grazie al Servizio Oltremare della BBC, un annuncio che nemmeno la voce rapida e convenzionale del commentatore del notiziario riusciva quasi a rendere credibile. John Lennon era stato raggiunto dai colpi di un’arma da fuoco fuori della sua abitazione di New York. John Lennon era morto. […]
Due ore erano passate da quando Mark David Chapman – il nome per esteso è di rigore quando si tratta, come in questo caso, di assassini illustri – aveva consegnato il suo album di autografi, le sue cassette di musica dei Beatles e la sua rivoltella calibro 38. Data la differenza di orario, vicino a Bournemouth l’alba stava appena cominciando a spuntare su Poole Harbour. Il gabbiano semi-domestico che Mimi chiama Albert, avanzò con sussiego sulla veranda, in attesa di essere nutrito da quella donna magra, pratica e a volte impetuosa cui John Lennon per tanti versi assomigliava e da cui aveva ereditato delle qualità non prive di valore. Quel bungalow vicino al porto John lo aveva comprato molto tempo prima, negli anni Sessanta, quando, per la follia delle ammiratrici, Liverpool era diventata inabitabile. […] Mimi ci vive da sola, disturbata saltuariamente solo dalla voce dell’accompagnatore di qualche agenzia turistica che annuncia al microfono: << Questa è la casa della zia di John Lennon >>, cui fa seguito, immancabilmente, il suono improvviso del campanello. […]
Il 9 dicembre Mimi si svegliò, accese la radio e sentì parlare di John nella rubrica Today. La donna non rimase sconvolta né sorpresa. Pensò ciò che pensava sempre quando John andava alla Quarry Bank e a casa arrivavano le telefonate della scuola. Era lo stesso pensiero preoccupato e mezzo sorridente che aveva avuto tante volte nel corso degli anni. << Mio Dio, che cosa avrà fatto questa volta? >>.
(Philip Norman, Shout! La vera storia dei Beatles)
A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.
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