Sarà in un mattino ventilato d’inizio primavera, quando il sole proietta fasci di luce sotto le nuvole. Commentando l’imprevedibilità meteorologica con lo sguardo al cielo, ci accomoderemo in una sala da tè – tovaglie ricamate e specchi alle pareti. Un cameriere domanderà quale miscela desideriamo e, nel frattempo, ci porterà due generose porzioni di cheese cake che assaggeremo con gusto. Dopo aver poggiato il tovagliolo in grembo, riannoderemo con cura il filo dei nostri discorsi, lasciando in sottofondo i molesti rumori della quotidianità. Would you like a cup of tea? I’d love one, my dear…

Would you care to sit with me
For a cup of English tea
Very twee, very me
Any sunny morning.
What a pleasure it would be
Chatting so delightfully
Nanny bakes fairy cakes
Every Sunday morning.

Miles of miles of English garden, stretching past the willow tree
Lines of hollyhocks and roses, listen most attentively.

Do you know the game croquet
Peradventure we might play
Very gay, hip hooray
Any sunny morning.
As a rule the church bells chime
When it's almost supper time
Nanny bakes fairy cakes
On a Sunday morning…

(Paul McCartney)

5 responses to “English tea”

  1. Avatar Osman

    Mi hai fatto venire la voglia di un buon English tea.
    Serena serata Pim
    Osman

  2. Avatar dragor
    dragor

    Old England, che nostalgia. Ricordo una sala da té di Stratford-on-Avon: tavoli rotondi con il piano di marmo senza tovaglia e il treppiede dorato a zampe di leone, piante in vaso, apple pie with cream, silenzio profondo rotto soltanto dal tintinnio leggero dei cucchiaini sulle delicate tazze di poorcellana. Grazie per questa rievocazione e per le splendide parole della canzone, Pim. You are my cup of tea
    dragor (journal intime)

  3. Avatar Prishilla

    Davvero come un sorso di buon tè!
    Prish

  4. Avatar zia elena

    Yes, please! Non rinuncio mai ad una cup of tea. E questa è speciale.
    Elena

  5. Avatar rosy
    rosy

    hello, english pim!

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Pim

A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.

(Umberto Eco, Il pendolo di Foucault)

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