Da che parte sorgerà il sole domaniPasso in consegna la chiave
passepartout, quella con la quale ho aperto tutte le porte che ho trovato sul
cammino e sono andato alla ricerca.

Ho compreso che si può vivere la
realtà ma non sentirla, oppure percepirla in modo confuso, senza filtri, rimanendone
frastornati.

C’è chi si esprime in una lingua
che non conosce e ci chiede di esserne interpreti, in quello spazio e in
quell’ora.

Nessuna parola, nessun gesto
cadono inutilmente. Non siamo riducibili alla razionalità di una procedura, ad
una funzione specifica. Siamo portatori di immagini, simboli, desideri.

L’ho detto: al di là del ruolo
che ciascuno di noi interpreta, mi sono sentito come un essere umano in mezzo
ad altri esseri umani.

Ho scoperto che ciò che sono è spesso
più utile di ciò che so. Perché sapere
molte cose non insegna a pensare
.

Imparare ad ascoltarsi, questo è
il primo movimento. Verso l'interiorità.

Forse intuivi perché, appena
conclusa la giornata, venivo a cercarti. Perché dopo essere stato esposto al disagio
avvertivo l’urgenza di uno specchio d’acqua limpida dove ancorare le emozioni.

Adesso però mi sento interrotto, come
se uscissi dalla sala quando il concerto è appena iniziato.

Mi chiedo: da che parte sorgerà il sole domani?

10 risposte a “Da che parte sorgerà il sole domani?”

  1. Avatar Prishilla

    Penso che ciò che siamo non prescinde da ciò che sappiamo. E sappiamo certe cose, e non altre cose, perchè siamo certe persone non altre persone.
    Penso che passare in consegna la chiave passpartout sia un movimento, ‘quel’ movimento. E penso anche che la tua chiave passpartout sarà subito sostituita da un anello con molte chiavi, e uno scalpello, penso.
    Scusa la confusione, e anche un po’ la foga, ma il tuo post mi ha liberato una disordinata folla di pensieri 🙂
    Prish

  2. Avatar Pim

    Il brano nasce alla fine di un’esperienza molto forte – Tag Technocrati è in questo senso rivelatore, come alcuni dei post scritti negli ultimi mesi.
    La chiave è quella che vedi nella fotografia: dici bene, conduce ad altre chiavi e altre porte da aprire (spero non occorra lo scalpello, ma chissà…)
    In quanto alla folla di pensieri, beh, ne sono rimasto invaso anch’io e quelli riportati sopra sono soltanto una frazione irrisoria. 🙂
    Grazie Prish. Davvero.
    P.S.: Noi siamo anche i pensieri che non sappiamo di pensare (W.R.Bion, più o meno).
    Pim

  3. Avatar dragor
    dragor

    Questa è una tipica esperienza di spersonalizzazione, uno stato schizoide pre-psicotico. E’ vero, in certi casi la schizofrenia libera la creatività. La barriera dell’ego si disgrega e l’universo interiore si fonde con quello esterno
    dragor (journal intime)

  4. Avatar Pim

    Elloso, me lo dicono tutti… 🙂

  5. Avatar rosy
    rosy

    capisco, almeno credo. e credo che questo filo invisibile che ti unisce alle persone che hanno problemi sia molto forte.
    rosy

  6. Avatar Pim

    Sì, è così, Rosy.

  7. Avatar Prishilla

    Siamo anche quello che leggiamo, anche se non sempre sappiamo di leggerlo, giusto?! 🙂
    Per questo, grazie a te Pim.
    Un abbraccio. Prish

  8. Avatar Pim

    Siamo anche quello che mangiamo, dicono… 🙂
    Buon pranzo, Prish.
    Pim

  9. Avatar irenespagnuolo

    Può essere molto utile anche quello che sai se non diventa solo un ruolo…Quello che sai deve essere solo ricchezza e nutrimento per ciò che sei.
    Uff mi sarò spiegata?!

  10. Avatar Pim

    Sì, perfettamente, e sono d’accordo con te. Conviene apprendere e poi, nel momento in cui si passa all’azione, dimenticare tutto.
    Un caro saluto.
    P.

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Pim

A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.

(Umberto Eco, Il pendolo di Foucault)

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