Freud, passioni segreteI rapporti tra Freud e il cinema furono piuttosto controversi. Diciamo pure che il padre fondatore della
psicoanalisi provava una decisa avversione nei confronti dell’arte più
rappresentativa del XX secolo. Suscitò clamore il telegramma con cui
nel 1925 rifiutava il compenso di 100.000 dollari offerto dal produttore Samuel
Goodwin in cambio della collaborazione a un film che doveva rievocare le principali vicende amorose della storia (come quella tra Antonio e Cleopatra). Più
possibilista, e forse venale, il presidente della Società Psicoanalitica
Internazionale Karl Abraham, il quale accolse invece la proposta del produttore
tedesco Hans Neumann di realizzare un film di divulgazione sulla psicoanalisi
girato da Wilhelm Pabst.

Lo stesso Abraham, amico e sodale
di Freud nonché analista di Melanie Klein, tentò inutilmente di convincerlo. “Suppongo, caro Professore, che
lei non manifesterà per questo progetto una simpatia smisurata, ma sarà obbligato
a riconoscere la costrizione che motivi di ordine pratico fanno pesare su di
noi
”, scriveva. “Non ho bisogno di
dirle che questo progetto è conforme allo spirito del nostro tempo e che sarà
sicuramente messo in atto: se non con noi, lo sarà sicuramente con persone
incompetenti. A Berlino abbiamo un gran numero di psicoanalisti ‘selvaggi’ che
si precipiteranno avidamente sull’offerta, nel caso la rifiutassimo
”. Dalle
parole di Abraham traggo un riferimento malevolo a Georg Groddeck (che si
definiva appunto uno psicoanalista selvaggio), ben più brillante e – facile dedurlo
– meno attaccato di lui alla vil pecunia.

Freud ripeté la propria contrarietà
in una lettera indirizzata a un altro importante psicoanalista dell’epoca, Sándor Ferenczi. “La riduzione cinematografica sembra
inevitabile, così come i capelli alla maschietta, ma io non me li faccio fare e
personalmente non voglio avere nulla a che spartire con storie di questo genere”.

L’idea di vedere nonno Sigismondo pettinato come Betty Boop fa sorridere. “La mia obiezione principale”, proseguiva”,
rimane quella che non è possibile fare
delle nostre astrazioni una presentazione dinamica che si rispetti un po’. Non
daremo comunque la nostra approvazione a qualcosa di insipido
”.

Chi aveva ragione: il dogmatico
Freud o il più disponibile Abraham? Come la psicoanalisi insegna, non è
possibile dare una risposta. Dipende dai punti di vista. Storicamente, il
cinema ha contribuito a diffondere le tematiche proprie della psicoanalisi pur spesso banalizzandole. In ogni caso, nonno Sigismondo non avrebbe apprezzato il biopic che John Huston gli dedicò nel 1962. A cominciare dal
titolo: Freud: The Secret Passion. Si potrebbe definire come una specie
di detective story (in cui il colpevole è l’Inconscio, ovvio) che si sviluppa
tra il 1885 e il 1890: anni in cui il giovane Sigmund segue le lezioni di
Charcot alla Salpêtrière, apprende la tecnica dell’ipnosi per il
trattamento dell’isteria, quindi inizia a collaborare con il medico viennese Josef
Breuer. Fu proprio questa collaborazione a imprimere un corso nuovo alle sue
idee, l’abbandono del metodo ipnotico e la formulazione delle prime ipotesi sulla struttura della mente. La ricostruzione storica è fedele, sebbene macchinosa ed eccessivamente didascalica (tralasciando, non per caso, il tema della sessualità infantile). Piuttosto ridicola appare invece l’atmosfera oscura e misteriosa in cui si muovono i personaggi, che sembrano dei santoni dediti a pratiche pseudomagiche.

La sceneggiatura iniziale fu
redatta nientemeno che da Jean-Paul Sartre, ma prevedeva un film della durata
di otto ore che i produttori bocciarono immediatamente. Fu John Huston stesso a
sfrondare la trama (si fa per dire, 140’ ridotti poi ulteriormente
a 120’), a ben pensarci l’identico trattamento che gli americani hanno
riservato alla psicoanalisi. Così Freud “diventa un certo tipo di genio malato e infervorato
che coglie le risposte giuste nel limbo dell'ispirazione
” (parola di regista). Ne veste tuttavia in modo credibile i panni Montgomery Clift, già
minato nella salute fisica e dalla depressione, in una delle sue ultime apparizioni.

Freud, passioni
segrete (Freud: The Secret Passion),
di John Huston, con Montgomery Clift, Susannah York, Larry Parks (Usa,
1962, 120’). Giovedì 10 gennaio, ore 6,30, Raimovie. Il film è anche
disponibile, a pezzi e bocconi, su Youtube. (Citazioni tratte da “Curare con il
cinema”, di Ignazio Senatore, Centro Scientifico Editore).

6 responses to “Freud, passioni segrete”

  1. Avatar stelladineve

    Interessante, non sapevo niente!

  2. Avatar Pim

    E’ appena un aneddoto, una curiosità: ma a volte una nota a piè pagina dice molto più e meglio di un intero trattato.
    Ciao Stella, a presto.
    P.

  3. Avatar Luigi

    Freud detestava il cinema però sono d’accordo…il legame tra cinema e psicanalisi non è casuale…
    Il cinema vi attinge, a volte inconsciamente, e viceversa…

  4. Avatar Pim

    Sì, è così. L’anima non pensa mai senza un’immagine (non ricordo chi l’ha detto). Molti di noi, quando riferiscono un sogno, ricordano di aver visto gli stessi avvenimenti in qualche film. Secondo qualcuno è possibile persino curare attraverso la cineterapia.
    Pim

  5. Avatar Prishilla

    immagini, suoni, storie, personaggi. questo c’è, nell’armadio dell’anima, no?
    chiamarlo cinema o meno, girarlo, proiettarlo, starsene al buio a riguardarlo, così come raccontarlo a qualcuno che si stira il pizzetto, standosene sdraiati su un divano…. questo poi è una scelta personale 😉
    prish

  6. Avatar Pim

    La mia preferenza, Prish, è quella di sonnecchiare durante la visione di un film e, a occhi chiusi, immaginarne un altro. 🙂
    Pim

Rispondi

Pim

A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.

(Umberto Eco, Il pendolo di Foucault)

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