Lo scrittoio è in parte inaccessibile, pieno di oggetti. Una borsa scura e lucida, ricca di scomparti e documenti, un astuccio in pelle con le tasche interne occupate da carte di credito e altre tessere plastificate che non individuo. Accanto, dentro una busta, le chiavi di un portone d’ingresso e di un appartamento, inserite in un portachiavi color avorio. Nei cassetti posso trovare diverse agende contenenti indirizzi, dati impersonali, anonimi, alcuni appuntamenti senza riferimenti telefonici o altre informazioni. Scorrendo le pagine e leggendole con attenzione compaiono appunti presi a matita, probabilmente di getto, con cancellature e numerosi rimandi. Lo sguardo cade quindi su un libretto esile e quasi intatto. La copertina reca decorazioni floreali di gusto liberty. Lo apro, l’oro è il colore dominante dell'interno. Sul frontespizio vedo una frase scritta con la penna stilografica in una grafia elegante: Anche quando si dicono finite, le storie non finiscono mai.

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Pim

A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.

(Umberto Eco, Il pendolo di Foucault)

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