Posti un tempo familiari mi appaiono improvvisamente estranei, svuotati di significato, persino brutti. Il desiderio è passato e l’interesse si è spento. Di colpo. Non meritano più un sogno ad occhi aperti e neppure, per fortuna, un incubo notturno. Raccontare una bugia a se stessi diventa impossibile.
Vorrei imparare a camminare all’indietro quando si tratta di ricordi, indossare alla rovescia un paio di pantaloni o saper pronunciare una poesia al contrario.
Sprofondo invece nella tasca di una valigia che odora di canfora.
La tasca di una valigia che odora di canfora…
Sebbene pure la canfora vagheggi in qualche modo una memoria no?
Certo hai ragione, talvolta anche i luoghi più familiari non ci appartengono più (o, forse, siamo noi a non appartenere più a quei posti).
A volte credo che i posti vivano una vita propria, Irene: ci amano e ci odiano, ci accolgono o ci respingono. Lo dimostrano in mille modi diversi, sottili ma significativi: lasciando aperto un bar ad un orario inconsueto, oppure impedendoci di trovare un posteggio libero…
Caspita…vero! Ora che me lo fai notare devo proprio darti ragione: alle volte hanno una vita propria, incuranti di noi o accoglienti oltre ogni aspettativa.
A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.
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