Non so giocare a carteNon so giocare a carte. Nemmeno ai giochi più infantili come scopa, asino o rubamazzo. Niente di niente. Ho trascorso una parte dell'adolescenza a cercare di ricordare le regole di scala quaranta, nonostante mi venissero insegnate ripetutamente e pazientemente. Non seguivo mai lo svolgimento del gioco, mi distraevo, perdevo e mi innervosivo. Scala quaranta era diventata il mio incubo personale, come un'interrogazione di matematica alla lavagna.

La verità è che i giochi con le carte, qualunque essi siano, non mi dicono nulla. Peggio: mi annoiano a morte. Briscola, burraco o canasta, li considero passatempi da circolo ricreativo per pensionati. Poker rappresenta soltanto un nome da film di James Bond – e Poker Face il titolo di una canzone di Lady Gaga. La sola idea che a capodanno qualcuno tiri fuori dal cassetto un mazzo di carte mi provoca una reazione idiosincrasica.

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Pim

A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.

(Umberto Eco, Il pendolo di Foucault)

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