Received_10208855092189500All'ingresso del Café de Flore, mentre il cielo sta imbrunendo e la luce artificiale dell'insegna si accende magicamente. Passanti vestiti come nell'Ottocento sciamano veloci intorno a me producendo un delizioso brouhaha. Apro con una chiave la bacheca del menu fissata a terra per affiggere l'ultimo racconto che ho scritto. Sono due fogli in formato A4: il primo contiene il testo e il secondo, che intendo posizionare orizzontalmente sopra di esso, il titolo. L'été parisienne.
<< Forse hai scelto caratteri troppo grossi, l'aspetto è un po' pacchiano >>, obietta Giulia che mi sta accanto.
Sento sopraggiungere qualcuno alle spalle. Mi volto, sul bordo del marciapiede c'è Clelia. Indossa la divisa e sulla testa porta un képi. Non ricordo come sia fatto un képi, non so nemmeno come mi sia venuto in mente quel nome, ma ho deciso che quello dev'essere un képi. << Le dimensioni vanno bene, d'altra parte il titolo deve attirare l'attenzione >>, dice.
Clelia ha ragione. Questo racconto è il più bello e intimo che abbia mai creato finora, mi si stringe il cuore solo a pensarci.
Chiudo gli occhi, l'atmosfera dolcemente familiare di Parigi mi invade il petto. O è la nostalgia in cui sono inesorabilmente caduto dentro.

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Pim

A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.

(Umberto Eco, Il pendolo di Foucault)

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