Sono sempre stato l'anello debole della catena, di ogni catena di cui ho fatto parte, a partire da quella familiare. Rappresento l'anello difettoso – per cause genetiche o acquisite, non importa adesso stabilire la natura della mia diversità. In ogni caso, per tale ragione manifesto un comportamento imprevedibile: posso spezzarmi e aprirmi al primo colpo oppure sopportare un carico notevole e tenere, tenacemente.
Questa debolezza sostanziale è sempre stata anche la mia forza: io sono l'anello che può mantenere insieme tutti gli altri elementi della catena oppure farla saltare, da un momento all'altro. La folle imprevedibilità della mia natura deficitaria mi conferisce un potere distruttivo di cui sono ebbro e vado fiero.
La consapevolezza della propria debolezza è già un elemento di forza e può esserci utile, costringendo in qualche modo a impegnarci e a non arrenderci.
A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.
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