Seduta là, davanti a me, gettata scompostamente sulla poltrona, Maya sta guardando la televisione. Un film degli anni ’50, mi pare di capire. Già l'espressione è una minaccia, contiene rabbia cattiva sottolineata dagli occhi bistrati come Cleopatra o Lyda Borelli. Indossa una felpa che la ingolfa tutta, ai piedi un paio di sneakers consumate. Con la sua postura semisdraiata, le gambe ciondolanti sui braccioli, i capelli arruffati lancia torbidi segnali al mondo che le sta intorno.
Non è un atteggiamento, il suo: è davvero pericolosa. Pericolosa socialmente, sta scritto in cartella e nell’espressione preoccupata di chi mi ha raccontato la sua storia personale. È un animale feroce, una predatrice capace di piantarti gli artigli nella carne, più ti agiti e più li affonda. Ti obbliga a fare i conti con la vulnerabilità di cui sei impastato, esposto come ti ritrovi, senza apparenti difese.
Mi avvicino e le passo intorno, ostentando calma, ma lei resta immobile, non sembra neppure che respiri. Il volto appare statico e fisso sullo schermo televisivo, le braccia ostinatamente conserte come una sfida sprezzante. Potrebbe tendermi un agguato, non scarto questa possibilità. È successo nella sua vita passata e sono certo che accadrà ancora.
Non c’è uscita di emergenza che garantisca la sua salvezza. Maya non può che finire male, e quest’idea di ineluttabilità che il suo destino racchiude turba anche me.







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