MSeduta là, davanti a me, gettata scompostamente sulla poltrona, Maya sta guardando la televisione. Un film degli anni ’50, mi pare di capire. Già l'espressione è una minaccia, contiene rabbia cattiva sottolineata dagli occhi bistrati come Cleopatra o Lyda Borelli. Indossa una felpa che la ingolfa tutta, ai piedi un paio di sneakers consumate. Con la sua postura semisdraiata, le gambe ciondolanti sui braccioli, i capelli arruffati lancia torbidi segnali al mondo che le sta intorno.

Non è un atteggiamento, il suo: è davvero pericolosa. Pericolosa socialmente, sta scritto in cartella e nell’espressione preoccupata di chi mi ha raccontato la sua storia personale. È un animale feroce, una predatrice capace di piantarti gli artigli nella carne, più ti agiti e più li affonda. Ti obbliga a fare i conti con la vulnerabilità di cui sei impastato, esposto come ti ritrovi, senza apparenti difese.

Mi avvicino e le passo intorno, ostentando calma, ma lei resta immobile, non sembra neppure che respiri. Il volto appare statico e fisso sullo schermo televisivo, le braccia ostinatamente conserte come una sfida sprezzante. Potrebbe tendermi un agguato, non scarto questa possibilità. È successo nella sua vita passata e sono certo che accadrà ancora.

Non c’è uscita di emergenza che garantisca la sua salvezza. Maya non può che finire male, e quest’idea di ineluttabilità che il suo destino racchiude turba anche me.

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Pim

A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.

(Umberto Eco, Il pendolo di Foucault)

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