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Rimuginare sugli errori commessi è una tentazione in cui la mente cade ripetutamente. È una trappola silenziosa che ci attira verso il passato e ci avviluppa dentro le nostre mancanze impedendoci di crescere. A tale inganno autoindotto bisogna sottrarsi, gentilmente ma con decisione.

Una rivisitazione critica delle scelte, delle decisioni e delle motivazioni non è sbagliata: in molti casi appare anzi opportuna. Esaminare con onestà i comportamenti messi in atto aiuta a non ripetere gli errori e a maturare una maggiore consapevolezza di noi stessi. Ma c’è un confine sottile tra ripensare e rimuginare, tra l’autocritica e l’autosabotaggio.

Una volta compreso, e magari pagato, il prezzo delle nostre azioni è bene però liberarsi dal passato e staccarsi dagli eventi per avviare il cambiamento necessario. Continuare a rivivere gli sbagli commessi è come portarsi addosso un esattore delle tasse cattivo ed esigente che, invece di riscuotere e andarsene, resta aggrappato alle spalle gravando su ogni passo. I pensieri si trasformano in zavorra, la mente si affolla di riflessioni e considerazioni che bloccano ogni slancio.

Imparare dagli errori è un gesto liberatorio e, al tempo stesso, un atto di trasformazione. Significa essere capaci di comprendere le fragilità personali, di ammettere i propri limiti e di concedersi poi la possibilità di cambiare. È un processo che richiede gentilezza per perdonarsi e determinazione per non fuggire dai propri sbagli, bensì per usarli come innesco per un nuovo inizio.

Bisogna imparare ad apprendere dalle esperienze, anche da quelle negative: agendo in una logica trasformativa, la mente va però ripulita, alleggerita dalle scorie del passato. Occorre lasciare andare ciò che è stato in modo da non farsi dominare da esso. Si può ripartire allora con una rinnovata fiducia nella possibilità di migliorarsi e con la certezza che ogni errore, se compreso e superato, può diventare il germoglio di un cambiamento.

(photo by Pim. Chinatown, NY, 2 agosto 2024)

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Pim

A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.

(Umberto Eco, Il pendolo di Foucault)

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