La tabaccaia

Sceneggiatura di Pim n. 6/2026 – Commedia all’italiana

Scena 1 – Esterno sera – davanti a un portone

Marcello guarda l’orologio per la quinta volta: le ventuno sono passate da almeno mezz’ora, forse anche trentacinque minuti. Tempus fugit. È fermo davanti a un portone un po’ scrostato, di quelli che sulla riviera romagnola resistono al sale e alla brezza marina più per abitudine che per manutenzione. Suona il campanello. Si sistema la giacca. Poi se la risistema. Poi suona di nuovo, come nel dubbio di non averlo fatto.

La porta si apre. Inquadratura dal basso: prima le gambe della tabaccaia, polpacci solidi, abituati a stare in piedi dietro un bancone. Poi i fianchi morbidi, il décolleté generoso. Infine, il viso incorniciato da una massa di capelli biondi che sembra non aver mai conosciuto la mano del parrucchiere.

MARCELLO
Ho fatto tardi… posso ancora aspirare al perdono? (porge un Brunello di Montalcino Ugolaia del ’17 come fosse un lasciapassare diplomatico.)

TABACCAIA
Cominciavo a preoccuparmi… (sorride: è un sorriso ampio che perdona, ma soprattutto che promette.)

Lui entra. La casa è arredata con allegra semplicità: niente è eccessivo, tutto sembra scelto con una certa sicurezza. Alle pareti, foto di attori e registi: da Hitchcock a Tarantino, da Bogart a Di Caprio, da Sean Connery a Sophia Loren. Un piccolo tempio cinefilo incastonato tra il mare e la statale.

Marcello osserva senza farsi notare e la sua stima per la tabaccaia cresce a dismisura, come la trepidazione.

TABACCAIA
Ma santo cielo! Hai uno sbaffo nero sulla guancia… aspetta… (gli pulisce il viso con un fazzoletto.)

MARCELLO
Veramente… (si guarda le mani: completamente nere.) Forse dovrei lavarmi anche queste. Ho bucato la bici venendo qui. Mi è toccato cambiare la ruota… sai com’è, tra la catena, l’arnese… insomma mi sono un po’… dedicato alla meccanica.

TABACCAIA
Ah, ecco perché il ritardo! Poverino… vieni, la toilette è di qua. (si ferma sulla soglia mentre lui entra, come se stesse valutando qualcosa) Però sbrigati… che sennò va a finire che di tre non ne facciamo una.

MARCELLO
(da dentro, confuso.) Tre?

TABACCAIA
Cenare… vedere il film… (pausa)… e poi vediamo.

Marcello resta un attimo in silenzio. L’acqua scorre nel lavandino. Lui guarda le mani insaponate diventare finalmente presentabili, ma la mente vaga altrove.

MARCELLO (tra sé e sé) E poi vediamo?


(1 – continua)

(Immagine generate con l’AI)

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Pim

A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.

(Umberto Eco, Il pendolo di Foucault)

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