La sua finestra si affacciava su un vicolo che conduceva alla spiaggia. Nella stanza dove trascorreva la maggior parte delle giornate conservava diversi ninnoli acquistati durante i suoi viaggi. Di tanto in tanto spolverava quello strato sottile che offusca lo sguardo ma che, in fondo, rammenta soltanto il flusso del tempo. In essi cercava, come fossero un fermoimmagine, la calma che non tratteneva se non per brevi momenti. Magari è così che funziona, si convinceva. Magari deve funzionare così.
<< Sto a due passi dal mare: è troppo bello per non schiantarmi l’umore quando rientro in città >>, ripeteva. Avvertiva emozioni e sensazioni così grandi che non riusciva a descrivere. A volte provava allora a parlare direttamente ai propri stati d’animo, per capire se vi trovasse scritta una risposta. Perché forse è necessario restare dentro le cose, anche senza trovare ragioni e soluzioni. Semplicemente fermandosi a percepirle.
<< D’impeto vivrei la vita come viene >>, mi diceva: << La verità, invece, è che non sono libera… Mi convinco però che la libertà sia solo un’idea come un’altra. Mi assalgono i giudizi degli altri, le convenzioni sociali. E allora il mio equilibrio interiore crolla, schiacciato dal contrasto fra ciò che sento mio e tutte le sovrastrutture che mi ritrovo addosso. >>
Rannicchiata sul letto, diceva che sentiva premere sulla testa pensieri che non le appartenevano. Eppure, sentiva sulla pelle un velo sottile di gioia. Una gioia dolce e confortante, che non la abbagliava, non le faceva perdere di vista la realtà. Anzi, ci si sentiva dentro. Lasciava che l’onda facesse il suo corso, la raggiungesse e la inghiottisse, senza affogarla.
<< Vorrei sapermi godere questo pezzo di paradiso >>, mormorava assorta guardando il cielo. << Sapermelo godere senza chiedermi se sia giusto o sbagliato. Senza sapere quanto durerà. >>








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