La radura che si apre in un prato di smeraldi, l’erba come un cuscino soffice, contrasti di sole ed ombra tra i rami degli alberi, una brezza sottile che sembra menta, sopra un cielo di zaffiro solcato da fiocchi di nuvole.

Lei, mollemente adagiata, mi guarda risoluta, complice. Gli occhi da zingara, i capelli color del fuoco, il petto sodo che si apre sotto la camicia, i fianchi morbidamente levigati, la gonna che risale lungo le gambe tornite. Il profumo muschioso del suo corpo m’inebria di calore, miele scorre umido verso il basso ventre. Ho voglia di sciogliere i sensi in lei.

Lei… Ma lei chi?

La voce lievemente roca, vibra attraverso le labbra densa di sensualità. << Ti ricordi? >>. Esito. << No… non ricordo… >>.

D’improvviso tutto svanisce. La radura, gli alberi, il cielo, la brezza, le nuvole.

E lei.

Dissolvenza in nero.

Pluff.

Finito.

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Pim

A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.

(Umberto Eco, Il pendolo di Foucault)

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