scricchiola la notte sotto le suole nuvole di vapore spirano tra i lampioni presentimenti avvolti come fili sul rocchetto inquietudini che alitano odori da città lontane il gelo attaccato alle piante spoglie piccoli vortici di sabbia lungo lo sterrato i graffiti sui muri incrostati le increspature ad arco nelle pozzanghere un’anima affranta gli occhi liquidi un amaro metallico color del piombo una zavorra in caduta libera dentro i rifiuti un’identità mai paga scialata per niente priva della dissolutezza necessaria a scardinare la morsa penzola stanco il tremore di refoli erotici appena pregustati il tempo non pulisce i segni a livello del cuore solo un morbido amplesso dissiperebbe questo lucido fruscio di pensieri sempre più distaccati invece piroettano nell’aria polveri sottili che s’inalano invisibili e si stratificano in reticoli fibrotici diffusi nel livido del petto a soffocare lentamente il respiro a rendere insignificante tutta questa sequenza di promesse deluse di castelli smantellati e allora disperdo le forze dentro i tombini per farmi trasparente come il cielo che avrò di domani

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Pim

A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.

(Umberto Eco, Il pendolo di Foucault)

Marzo 2006
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