Portami il girasole ch’io lo trapianti
nel mio terreno bruciato dal salino,
e mostri tutto il giorno agli azzurri specchianti
del cielo l’ansietà del suo volto giallino.

Tendono alla chiarità le cose oscure,
si esauriscono i corpi in un fluire
di tinte: queste in musiche. Svanire
è dunque la ventura delle venture.

Portami tu la pianta che conduce
dove sorgono bionde trasparenze
e vapora la vita quale essenza;
portami il girasole impazzito di luce.

La luce del mattino filtrava attraverso le persiane, e nel dormiveglia, cercando le tue labbra, questa poesia è riaffiorata dai ricordi. Mi sono arrampicato sulla libreria e l’ho ritrovata sepolta in una vecchia antologia scolastica. Mentre la riscoprivo, verso per verso, il tuo volto misterioso è apparso in trasparenza sulla pagina bianca. Ho sorriso, e tu hai detto rimani con me. Poi hai mormorato qualcosa come ho bisogno che ci sei. Io non conosco le ferite che porti nel cuore, ho risposto, ma voglio guarirti da tutti i mali.

Il libro è ora aperto nelle tue mani, e tu, accovacciata sul divano, stai leggendo per me.

(21 maggio 2005)

7 responses to “Portami il girasole ch’io lo trapianti”

  1. Avatar Pim

    Sulla home page, tra i migliori blog.
    Grazie.
    Anche a nome di Montale.

  2. Avatar barbara
    barbara

    non so se mi piace di + leggere quello che scrivi o guardare questa piccola foto qua in alto..

  3. Avatar Gloria
    Gloria

    Ohi Pim complimenti per la home!Un bacione

  4. Avatar Pim

    Grazie Gloria, ma tu detieni tutti i record…
    Un bacio.

  5. Avatar dragor (journal intime)
    dragor (journal intime)

    Sublime
    dragor (journal intime)

  6. Avatar Pim

    Beh, Montale…

  7. Avatar G.

    mercì.

Rispondi

Pim

A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.

(Umberto Eco, Il pendolo di Foucault)

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