È una bella giornata di sole. Nel parco i cani corrono liberi, le coppiette limonano sulle panchine, i podisti caracollano lungo il viale.
Ogni cosa al proprio posto. Tranne me, come al solito.
Mi chiedo allora se avrei il coraggio di giocarmi la vita in un giro di roulette, oppure di mollare tutto e partire per un viaggio senza ritorno.
Preferisco non rispondere. So che, in ogni caso, me ne pentirei.

Rien ne va plus.
E salta la pallina in mezzo a quella grande ruota,
un solo punto verde tra il rosso e il nero,
l’incognita apparente di uno zero.

Rien ne va plus.
Rien ne va plus.
Rien ne va plus.

Rien ne va plus.
Non credo a ciò che in Francia chiamano coup de foudre,
l’amore occupa i capillari molto lento
mediando la ragione con un nuovo sentimento.

Però…
cambiano le donne insieme alle stagioni
e allevano bambini che inseguono aquiloni.
E il musicista ancora le rincorre con nuove canzoni.
E poi
diventano madri quelle signorine,
purché ci sia un uomo che le veda ragazzine.
Quell’uomo non le faccia invecchiare, le lasci cantare.

Poi…
Rien ne va plus.
Rien ne va plus.
Rien ne va plus.

Rien ne va plus.
Potremmo sbilanciarci e dire pour toujours,
ma attenti a non sbagliare qualche accento,
attenti a non lasciarci spettinare dal vento.

Però…
qualcuno poi sutura le ferite,
c’è qualcuno da fuori che ci aspetta alle uscite,
come il giocatore sconfitto che si allena per nuove partite.
La portinaia ci dice buongiorno
e il girone di andata fa posto al ritorno.
Sta decollando un satellite e gravita attorno.

Pour toujours.
Pour toujours.
Ah, pour toujours.

Qualcuno poi sutura le ferite,
c’è qualcuno da fuori che ci aspetta alle uscite,
come il giocatore sconfitto che si allena per nuove partite.
Stanno dicendo buongiorno
e il girone di andata fa posto al ritorno.
Sta decollando un satellite e gravita attorno.

Pour toujours.
Pour toujours.
Ah, pour toujours.

(E. Ruggeri)

One response to “Rien ne va plus”

  1. Avatar Giulia

    Non sei l’unico a sentirti così, mi accodo. Ciao Giulia

Rispondi

Pim

A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.

(Umberto Eco, Il pendolo di Foucault)

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