Edgar Morin definisce il cinema “un sistema che tende ad integrare lo spettatore nel flusso del film e il flusso del film in quello psichico dello spettatore”. La visione di un film costituisce un’esperienza totale, quasi mistica: ci si lascia coinvolgere e invadere dai simulacri immateriali appartenenti ad un altro mondo. L’oscurità della sala porta a concentrarsi meglio su ciò che si ha davanti. L’isolamento, l’immobilità, l’alterazione della percezione sensoriale (l’amplificazione del suono e l’ingigantimento delle immagini), la sovrapposizione del tempo reale con il tempo del film, creano un modello di spaesamento liberando i moti più segreti del cuore. Lo schermo è un luogo magico dove si possono ricostruire in una storia comprensibile i frammenti sparsi della propria esistenza turbinosa. Ognuno di noi proietta su di esso i desideri inconfessati, i sogni irrealizzati, le fantasie più sbrigliate e ottiene una spiegazione accettabile, seppure apparente. Dunque il cinema non è soltanto uno specchio del mondo ma un archivio di anime.
L’esperienza può essere vissuta in modo solitario però, come sostiene Gianni Canova, il cinema è un territorio inevitabilmente relazionale. La sala diventa una basilica ludica, il luogo di un rito – per propria natura collettivo. La condivisione delle emozioni aggiunge fascino, suggestione, mistero a questo rito dove spazio e tempo si annullano, l’impossibile diventa possibile, l’immaginazione verità.






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