“Senti freddo?”.
“No. Però stringimi forte”.
L’attirò a sé: “Sei bellissima”.
“Domani ho un consiglio di classe”.
“La prossima settimana, allora”.
Sorrise. “Quando sarà possibile non ci diremo di no”.
“Che ore sono?”. Sandro cominciava a preoccuparsi. Il suo turno cominciava alle venti. Avrebbe certamente incontrato Andrea che usciva dall’ospedale.
“Non ti preoccupare, è ancora presto”.
“Ho l’impressione di aver dimenticato di dirti qualcosa d’importante. Sai che quando capita non mi sbaglio”.
“Non può succedere nulla, tesoro”. Silvia lo abbracciò.
Forse si trattava solo di mantenere l’equilibrio. Era ancora presto, e lui non aveva dimenticato niente. “Rivestiamoci con calma”, asserì, “odio i commiati frettolosi”.
“Hai ragione. Ci saluteremo come se dovessimo rivederci tra poco”.
Cadde una pausa di silenzio, quasi scandita da un metronomo, riempita da un ingorgo di pianto in gola. Il momento della separazione era il più difficile, lo sapevano bene. Era così complicato da spiegare che finiva con il disorientare. Metteva alla prova quella salda determinazione che prende il nome di senso d’appartenenza.
Si abbracciarono a lungo, consapevoli, commossi. Silvia si fece avvolgere, inarcando la schiena, cercando ancora protezione.
La serratura scattò infine dietro le spalle di Sandro. Oltre il portone la strada lo accolse di sorpresa, luminosa, frastornante.
Fermò l’auto nell’ampio parcheggio dell’ospedale. Fece fatica a scendere. Il sedile anatomico lo invitava ad ascoltare ancora qualche brano del cd che aveva messo su. Keith Jarrett. Gliel’aveva regalato lei, suonava come un’eco delle loro parole. Si riscosse che era già quasi buio. Non aveva più posti dove posare gli occhi. S’incamminò con passo spedito, come se la terra volesse inghiottirgli i piedi. Non voleva incontrarlo. Non se la sentiva proprio. Non quella sera, poi.
Invece Andrea apparve sotto i neon dell’ingresso principale, sfoggiando un sorriso non formale. Sandro salutò tirando diritto, ma lui inaspettatamente lo richiamò. Solo allora fece caso ai fiori che aveva in mano.
“Hai fatto colpo su qualche paziente?”.
“Dai. Li ho comprati nel pomeriggio e li ho sistemati in un vaso nella sala infermiere”.
Cercò di scherzare. “Ci provi con Daniela, eh? Bravo, bravo…”.
“No, sono per Silvia”.
“Ah, salutamela”. Nel pronunciare il nome di lei arrossì, ma Andrea non era chiaramente dell’umore per montarci su un sospetto.
“Senti. Dovrei dirti una cosa, a proposito”. Sembrò pensarci un momento. Un momento al quale Sandro si appese con difficoltà. Era tardi, e poi non voleva ascoltare proprio niente. “Sei uno dei miei migliori amici, è giusto che tu lo sappia”.
Sandro cominciò a inquietarsi. Una nuvola a forma di punto interrogativo si stava pericolosamente addensando dentro la testa. “Andrea, non fare il misterioso. Cosa stai architettando stavolta”.
Lui allargò il volto in un’espressione indicibile. “Stasera chiederò a Silvia di sposarmi”.
A Sandro la saliva gli si bloccò tra la lingua e il palato e lo sguardo rimase piantato dentro la faccia che gli stava davanti. “Questa poi…”. Annaspò, a narici chiuse. Percepì il sudore colargli sotto le ascelle. Adrenalina.
“Allora, non mi fai le congratulazioni?”.
“Ma certo. Di cuore”. Gli stese una mano diventata di gelo. “A te e a Silvia”.
Si salutarono, con la precisa sensazione di aver detto qualcosa che non andava. Ma, per motivi opposti, non ci ragionarono sopra a lungo, distratti da altri, ben più impegnativi, pensieri.
La storia dovrebbe terminare con Andrea che s’incammina raggiante in direzione di quella casa dove avrà un futuro nuovo di zecca. E Sandro che, ancora stordito, sale le scale verso il reparto dove l’attende una notte da circoscrivere gli occhi.
Invece Sandro si è risvegliato prima, che neppure si era fatto giorno. Gli è occorso qualche minuto per tirare a lucido i pensieri. Silvia c’è sempre, non l’ha mai persa. Più tardi ritroverà il suo amore che rende lieve la vita e non ha bisogno di giustificazioni. Si prenderanno senza aspettare, i sensi cederanno ogni difesa, avranno momenti di passione avvolgente e intima comunicazione. Mentre Andrea, Andrea che nel sogno voleva sposarla, alla fine non l’ha fatto. Con un gesto meccanico ha chiuso il passato dietro una porta e se n’è andato, senza lasciare dettagli.
E allora perché questi segni che sconfinano dal presente. Di che cosa non gli è data coscienza.
Sandro prova a collimarne il senso mentre fa colazione in taciturna compagnia della moglie. L’addio di Andrea ha spezzato la simmetria perfetta nella quale si specchiava la loro relazione. Silvia ha ora urgenza di colmare una spaccatura, darsi una svolta. Come se mancasse improvvisamente il tempo, non aspetterà per riprendere la corrente, recuperare la normalità. Sandro è consapevole che un giorno potrebbe percorrere da solo quelle scale, con un peso privato a tirarlo giù verso il pavimento.
Ma forse anche questo non è che un sogno. Un sogno sperso e fragile, com’è spesso l’amore. Un ciuffo di capelli biondi si adagerà sul viso di Sandro, che solo allora si accorgerà di averla chiusa tra le braccia per tutto il tempo. Avvertendo il contatto della pelle, le domanderà se sente freddo. Lei, con un sorriso soffuso, risponderà di stringerla forte, di volerle bene, sempre.
Oppure potrebbe soltanto trattarsi di quel racconto che ti accennai un pomeriggio di giugno, mentre la pioggia grondava dai pini marittimi e noi oziavamo a letto in attesa della sera. Ricordi che cosa ti dissi? Ho in mente una storia triste. E tu mi chiedesti di non scriverla.
(Giugno-luglio 2008)






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