Via_dei_gabbiani_3

“Mi piace vederti girare per casa”. Viviana se n’è uscita all’improvviso con questa frase – tono allusivo, non casuale – mentre collaboro ad apparecchiare il tavolo, in attesa degli altri ospiti. La liquido con una battuta che vorrebbe essere spiritosa, giusto per non darle l’impressione d’avermi fatto secco.
Sono le stesse identiche parole che Giulia mi rivolse molti anni fa, una delle prime occasioni in cui m’invitò a cena. Uguale anche l’impostazione della voce, con quel finale gentilmente sospeso. Non ricordo che cosa risposi allora, chissà. Adesso fanno uno strano effetto. Forse, a dire il vero, mi mancavano. Mi mancava quel calore, quel sentirmi accolto, come in un grembo invitante. Mi mancava quella promessa implicita di appartenenza che Giulia tradì in seguito, dopo il matrimonio.
“Ringrazia che ti ho messo un tetto sulla testa”.
Dove credeva che io vivessi prima, sotto un ponte?
Stronza.
Viviana è una collega, un’amica, una confidente. La conosco bene: sebbene (o proprio perché) dissimulo, colgo i risvolti non innocenti dietro i suoi modi amabili. Il suo sguardo è appollaiato vigile su di me. È lo sguardo preciso di chi sta valutando la persona che le sta di fronte. Lo sguardo possessivo di una donna caparbia, che non lascia nulla d’intentato.
Lascio cadere una forchetta (per sbaglio?). Ecco, hai visto? Ti piace ancora avermi qui?
Lei non abbocca. Siamo adulti, pare che dica l’espressione indulgente del suo volto, ci siamo capiti.
Naturalmente.
Come quel pomeriggio di maggio quando si ritrasse da me, la medesima risolutezza con cui aveva portato l’affondo. La bocca socchiusa, i capelli scomposti, le braccia gettate sulle mie spalle, il bacino proteso in avanti. Provai la leggera vertigine che coglie quando ci si sporge su un dirupo scosceso. “Viviana, no”. Fu sufficiente. Le brevi parole di spiegazione che seguirono non le richiese lei ma la mia coscienza, per non far pesare l’imbarazzo del rifiuto. Un imbarazzo più mio che suo. Viviana fu brava, non perse il controllo neanche un istante. Richiuse con calma la camicetta, risistemò i capelli con una pinza che le comparve magicamente nelle mani, si accomodò sul divano in pelle. “Non lo sapevo”, mormorò appena. Io rimasi lì, in attesa, ma non disse più nulla.
Come stasera. È scivolata via in cucina a controllare la cottura dell’arrosto, mentre intanto apro una bottiglia di rosso.
Non riesco a immaginare che questa possa essere la mia casa, come già accadde con Giulia. Non percepisco la stessa sensazione di familiarità con l’ambiente e gli oggetti. I quadri, gli scaffali coperti di libri, la vetrina con i calici di cristallo, le tende aperte sulle grandi finestre. C’è qualcosa che mi estranea e che le candele sulla tovaglia di fiandra non possono smorzare. È la mano esperta di una donna che ha provveduto personalmente a completare ogni dettaglio. Nessuna aggiunta sarebbe mai possibile. Nulla di mio potrebbe trovare posto qui. Se tra qualche minuto non arrivassero gli altri invitati, potrei persino andarmene. Come chi ha dimenticato qualcosa – la giacca, l’ombrello – oppure sa che qualcuno da qualche parte lo sta aspettando. Niente di me, neppure un atomo, rimarrebbe appeso per più di alcuni secondi.
Viviana fa capolino con un sorriso. “Vieni ad assaggiare?”, e m’imbocca un vol-au-vent con fonduta.
Buono.
È questione di poco, un pensiero laterale, un’associazione d’idee. Mi si affaccia alla mente quella casa bianca in via dei gabbiani, il tavolo pieghevole nel giardino, i tovaglioli di carta sotto i piatti, i bicchieri colorati, la caraffa dell’acqua. Tu prepari il sugo con il pomodoro fresco e qualche foglia profumata di basilico strappata dalla pianta. Gesti semplici, pieni di grazia. Alla prima forchettata schizzo la maglietta come un ragazzino maldestro. Scoppiamo a ridere. Osservo il tuo viso sognante mentre racconti dell’adolescenza, delle corse in motorino, dei corteggiamenti. “Rimorchiavo, sai?”, e io devo sopire una fitta di gelosia tardiva.
La voce di Viviana chiama perentoria: “Hanno suonato. Apri tu la porta?”.
Mi chiedo dove mi trovo, perché non sono qui del tutto. E neppure altrove, né una volta per sempre.
Temo di aver impiegato troppo tempo per ogni cosa, e ora non mi riconosco più.
Forse succede solo a quelli che non vogliono veramente.
.
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(Estate 2008)

7 responses to “Via dei gabbiani”

  1. Avatar laura
    laura

    Come a dire: tre donne intorno al cor…

  2. Avatar Antonio
    Antonio

    Gli Stones, naturalmente.
    Ebbravo Pim.

  3. Avatar rosa
    rosa

    la tua scrittura ha toni seducenti, di difficile ma suggestiva interpretazione. a tratti rivela, in altri momenti si ritrae delicatamente. al tempo stesso è personale e condivisibile da ognuno di noi.

  4. Avatar irenespagnuolo

    Sospeso tra realtà e racconto…con i toni caldi che adoro. Intrigante…e triste…e sensuale…e confuso. Come un attimo di vita che si ripete, si allarga, accompagna il passo. Come i tuoi pensieri che non si fermano neanche quando non li cerchi o non li coccoli. Come te quando vai a caccia di pensieri per spiegare sensazioni o emozioni.
    Tutto scorre così, in effetti. Ma il senso di appartenenza tradito è una fitta che resta. E forse si attorciglia su tante altre occasioni…
    Può quasi diventare un “metro di giudizio”.
    Ciao Pim
    Irene

  5. Avatar stelladineve

    Affascinante. Mi piace vederti girare per casa. Una frase che devo aver detto. Da Parma, ciao

  6. Avatar zia elena

    “…e ora non mi riconosco più. ”
    Arriva però un momento nel quale si ha voglia di volersi riconoscere di nuovo, senza stravolgere tutto, ma essendo se stessi almeno nelle piccole cose.
    Un abbraccio.
    Elena

  7. Avatar Pim

    Vi ringrazio di cuore per i commenti che avete dedicato al post, li porto con me.
    Un abbraccio collettivo.
    Pim

Rispondi

Pim

A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.

(Umberto Eco, Il pendolo di Foucault)

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