L’argomento è atroce, eppure dello stile di Kertész colpisce la sua freschezza, la capacità di raccontare una cosa terribile quanto il disfacimento del proprio corpo con parole semplici, misurate e cariche di stupore.
Ottima segnalazione.
Giusta considerazione la tua, Anec.
Si tratta di un libro che lessi diversi anni fa ma che mi è rimasto impresso, così come la storia del suo autore. I riconoscimenti che ha ottenuto mi sembrano davvero meritati.
Un saluto.
Pim
mi hai dato un buon consiglio di lettura, grazie.
rosy
Mio nonno non è mai riuscito a raccontare, al ritorno. E’ morto quasi venti anni dopo portandosi dentro quella memoria atroce, il corpo malato e lo spirito pesantemente provato. Mi sono sempre augurata che scrivere un libro potesse esorcizzare un pochino la tragedia umana dell’autore-protagonista. Chissà se è stato così per Imre Kertész.
Ciao Pim
Irene
Torna alla memoria, leggendo questo passo, un titolo emblematico di Primo Levi : “Se questo è un uomo”. Un caro saluto, Fabio
Irene:
Ricordo che ne parlasti. Credo che dai Lager nessuno sia uscito indenne, neppure i vivi. Conosco poco Kertész, però ai tempi della prigionia era un ragazzino e forse la relativa incoscienza della sua età l’ha preservato in qualche misura.
Fabio:
Grazie per essere passato di qua, ricambierò volentieri la visita.
Un saluto.
Pim

A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.
(Umberto Eco, Il pendolo di Foucault)
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