
La mia passione per il cinema è nata – per questioni anagrafiche – quando i videoregistratori facevano la loro ingombrante comparsa accanto ai televisori nell'angolo dei salotti. Ed è nata non soltanto dal gusto di vedere quanti più film possibile, ma dai racconti che ne faceva la gente.
Ricordo il padre di un compagno di scuola, il quale snocciolava le battute di Totò e Peppino perdendo tutta la severità istituzionale degli adulti. Restavo a chiedermi se con quei film non avesse, rispetto a me, un dialogo privilegiato, oppure ne cogliesse un significato aggiuntivo. Ricordo un momento specifico (avrò avuto 15 anni) in cui sentii pronunciare da mio zio una battuta da I soliti ignoti. L'avevo visto pochi giorni prima in una mattina d’inverno e di febbre, in quell’atmosfera sospesa che tutte le case hanno prima di mezzogiorno. Dunque conosceva quel film. Come lui un’amica di mia madre, la quale decantava il romanticismo un po’ guascone di Clark Gable in Via col vento.
Ecco: cominciava a formarsi in me una coscienza cinematografica. Il cinema era nella vita delle persone, ne costituiva una parte imprescindibile. Un rito collettivo. Dunque non ero solo. La sensazione di piacevole spaesamento nel vedere i manifesti dei prossimamente fuori dai cinema, il tunnel che porta in sala, le tende pesanti per limitare rumori e ingresso della luce, le poltrone occupate da spettatori sconosciuti, erano qualcosa di condiviso che non entrava soltanto nelle pieghe del mio inconscio. C'è qualcuno che non ha mai assaggiato il caffè alla valdostana, qualcun altro non conosce la Freisa, ma quanti possono giurare di non aver mai visto neppure una sequenza di 2001: Odissea nello spazio?
E così, un film tira l'altro, le sale cinematografiche hanno finito per diventare dei luoghi. Alcune mi sono care e ci ritorno spesso, altre lo sono meno e rendo ad esse appena una visita di cortesia. Ma come l'assassino sul posto del delitto, non posso fare a meno di tornare. Alla continua ricerca di afferrare il senso inafferrabile di cosa sia quell'elemento che porta il cinema a sedimentarsi nel vivere quotidiano, ho dato fondo a soldi, tempo, e forse anche a qualche fidanzata. Vivo il cinema come un elemento che unisce le persone: non c’è nulla di più coinvolgente che mettersi a discutere d’attori e trame con chi si ama profondamente…
Il cinema, come tutte le cose, appartiene a chi se lo cerca e non intendo convincere chi non ci va. Ma adoro il senso di mio nipote Leonardo, sei anni e mezzo, quando si accorge che io, ormai inevitabilmente classificato nel mondo degli adulti, nel bel mezzo di un discorso faccio un riferimento a Nemo o a Biancaneve.
Quel senso dell'altrove che il cinema porta con sé ed è sinonimo di speranza (non si è mai persi finché c'è una via di fuga) lo trasmetto a lui come in passato è stato dato a me, lasciandogli la passione per l'arte della luce e dell'ombra come unica eredità.
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