
2010: sembra un prefisso telefonico. Non è un bel periodo, per nessuno. Avverto un'aria strana, sospesa, un'atmosfera metafisica come se fossimo finiti in un film di Costa Gavras o in un quadro di De Chirico. Non so quale effetto photoshop opacizzi queste giornate cittadine di inizio gennaio, neppure capisco se i saldi siano cominciati. La gente vagola blandula, i negozi mezzi vuoti più che mezzi pieni. Al ribasso soprattutto l’umore collettivo. Forse, nel frattempo della crisi, siamo diventati qualcun altro o qualcos’altro e non abbiamo ancora scoperto chi o che cosa. Dovremmo seguire il consiglio che Cab Calloway dà a Jake dei Blues Brothers e andare a catechismo?
Nonostante tutto, però, rimango convinto che i tempi stiano per cambiare. In meglio, spero. Annuso in giro segnali, ancorché incerti, che l'Italia di questi ultimi anni volge finalmente al termine. E non parlo esclusivamente di cicli economici o politici. Le congiunzioni astrali dicono qualcosa al proposito, mi pare… Più probabile che si tratti di semplice istinto di sopravvivenza, una pulsione biologica di riserva che ha sempre scampato l’umanità dai disastri peggiori. Tipo il last minute rescue del cinema muto.
Oddio: resta in piedi l'ipotesi d’essere alla vigilia di una catastrofe, questa calma di vento potrebbe farla supporre, ma preferisco essere garbatamente ottimista. Forse la crisi d’inizio millennio ha soltanto aggiunto una percezione differente delle cose, senza togliere nulla, se non quelle inutili.
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