La misteriosa fiamma della regina Loana
«E lei come si chiama?»
«Aspetti, ce l'ho sulla punta della lingua.» Tutto è cominciato così. Mi ero come risvegliato da un lungo sonno, e però ero ancora sospeso in un grigio lattiginoso. Oppure, non ero sveglio ma stavo sognando. Era uno strano sogno, privo di immagini, popolato di suoni. Come se non vedessi, ma udissi voci che mi raccontavano che cosa dovessi vedere. E mi raccontavano che non vedevo ancora nulla, salvo un fumigare lungo i canali, dove il paesaggio si dissolveva. Bruges, mi ero detto, ero a Bruges, ero mai stato a Bruges la morta? “Dove la nebbia fluttua tra le torri come l’incenso che sogna? Una città grigia, triste come una tomba fiorita di crisantemi dove la bruma pende slabbrata dalle facciate come un arazzo…
La mia anima detergeva i vetri del tram per annegarsi nella nebbia mobile dei fanali.
Nebbia, mia incontaminata sorella… Una nebbia, spessa, opaca, che avviluppava i rumori, e faceva scorgere fantasmi senza forma…”. Alla fine arrivavo a un baratro immenso e vedevo una figura altissima, avvolta in un sudario, la faccia del candore immacolato della neve. “Mi chiamo Arthur Gordon Pym”.

Il percorso a ritroso di un libraio antiquario che, privato della memoria, ricostruisce la propria identità attraverso reliquie cartacee, libri, giornali, ma anche dischi e oggetti di cui è ricca l'antica casa di famiglia nelle Langhe. Un’enciclopedia a fumetti sui ricordi collettivi.

Umberto Eco, La misteriosa fiamma della regina Loana, Bompiani, Milano 2004

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Pim

A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.

(Umberto Eco, Il pendolo di Foucault)

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