(Pubblicato su Trovacinema il 5 aprile 2002)

Gosford Park Robert Altman è solito raccontare vicende corali mediante una struttura a incastro. In Gosford Park sposta stavolta l’orologio della narrazione agli anni ’30, collocandola in una sontuosa dimora di campagna nella Gran Bretagna di Giorgio V. Alla stregua di un anatomopatologo, il regista conduce con mano ferma un’autopsia della realtà sociale di quel periodo storico. Esplora con lucida freddezza il mondo aristocratico che si trascina, prevedibile e senza sussulti, tra una partita di caccia ed una soirée. Analogamente, descrive senza manierismi la cerchia della servitù che, in quanto a regole e conflitti, quel mondo ricalca puntualmente. Bellissima a questo proposito la scena delle cene parallele, con l'etichetta a imporre che il servo occupi il posto che gli spetta secondo il rango del padrone. Un mondo di sopra e uno di sotto, dunque, equivalenti ma non comunicanti, in cui qualunque tentativo di ascesa sociale è vano. Un solo personaggio prova ad assumere un ruolo che non gli appartiene, ma ben presto viene ricacciato laddove gli compete stare.

Più che a un’analisi sociale, Altman è interessato a descrivere le relazioni tra le diverse classi e all’interno di esse. Il gioco regge meglio che altrove (leggi Prêt-à-porter), anche se il miglior Altman ha un piglio ben più incisivo e corrosivo (Nashville, Mash, Short Cuts) e le citazioni da La règle du jeu appaiono calcate. Il talento sta comunque nel tenere in pugno uno stuolo impressionante di attori, muovendoli col piglio di un consumato marionettista. E così la vicenda si dipana lineare, fluida, senza pause o tempi morti. Merito di un eccellente lavoro di sceneggiatura, preciso e meticoloso, che lubrifica tutti i passaggi fino a renderli naturali e scorrevoli.

Chiave di volta è la volontà di disorientare lo spettatore, di non propinargli ciò che invece si aspetterebbe. Prima pare che Altman voglia condurci in una storia sentimentale in costume alla James Ivory, stesse le atmosfere rarefatte, simile l’intreccio. La vicenda sembra quindi prendere una piega gialla: però ciò avviene a ¾ film, in altre parole più tardi di quanto sarebbe logico supporre. Appare allora evidente che questo sviluppo non interessa – se non come aperta parodia del genere poliziesco praticato a Hollywood – quanto il gusto del racconto puro e semplice. Tanto è vero che, in sostanza, lascia insoluto il caso e l’indagine si conclude nel nulla. Chi si attendeva un polpettone mélo e poi un giallo di maniera rimarrà perciò deluso e uscirà dal cinema chiedendosi dove Altman volesse andare a parare. Tanto peggio…

Gosford Park, di Robert Altman, con Maggie Smith, Jeremy Northam, Kristin Scott Thomas, Emily Watson, Stephen Fry (Usa/GB/Germania, 2001, 137’). Torino Film Festival, Cinema Reposi Sala4, sabato 3 dicembre ore 21,00. Giovedì 8 dicembre 2011, ore 17,00, Iris Tv.

One response to “Gosford Park”

  1. Avatar sergio
    sergio

    l’analisi della società inglese metafora di quella americana la lodiamo, perchè vediamo che quella società sa trovare in se l’autocritica; ben altra cosa avviene invece in Italia, dove il becerismo predomina.

Rispondi

Pim

A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.

(Umberto Eco, Il pendolo di Foucault)

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