20120408_204750Domenica. Sbarco nel minuscolo porto di Morges sotto la pioggia battente. In giro non c’è nessuno. Chiedo la strada a due persone – forse soldati – che stanno in fondo ad un portico. Vogliono sapere se faccio parte del gruppo venuto per il convegno. La domanda mi spiazza: quale convegno? Quello su Piaget, rispondono. Ah già, Piaget è morto qui a Morges. No, replica uno, è morto a Ginevra. Ma mi pareva che la Schmidt avesse detto Morges. Siamo più vicini a Losanna, interviene l’altro.

Nei sogni i fatti si succedono in parallelo, rifletto, ne possono accadere svariati nello stesso istante. Perché è il concetto di istante a non esistere, nei sogni vige un criterio di atemporalità. Si possono pensare anche diverse cose tutte insieme. Difatti, mentre parlo ai soldati, vedo Piaget vestito come Simenon passare in bicicletta davanti al bar sotto il portico (che prima non c’era), la Schmidt (non Smit come qualcuno pronuncia) che inforca gli occhiali e A. che mi porge la sua penna biro: <<. È tua >>.

La parola convegno mi squieta, non so cosa devo aspettarmi, credevo qualcosa di più tranquillo. Ma tutto ciò non fa alcuna differenza per i soldati. Allora dico sì, sono qui per il convegno, e il primo dei due mi indica la strada. Mi avvio senza aver compreso una sola parola. Lascio il lago alle spalle, passo di nuovo vicino al bar (che adesso è chiuso) e prendo la salita che s’inerpica a gradoni fino verso un castello – o una chiesa, non vedo bene (c’è nebbia?). Comunque lassù, sull’altura, non posso sbagliare (è lì che si trova la villa di Charlie Chaplin? No, mi rispondo ancor prima d’aver completato la domanda, la villa si trova a Vevey, ci andrò domani).

Il vento e la pioggia ora sferzano la strada, a folate, senza voltarmi vedo le onde che flagellano il piccolo molo sotto un cielo cupo, impregnato di nuvoloni tendenti al blu notte. Mentre salgo la gradinata, piegando faticosamente le ginocchia, non posso fare a meno di considerare la terribile maestosità del panorama. È strano, non potrei immaginare uno scenario più verosimile di questo, credo di conoscerlo già. Sì, ci sono stato, qui a strapiombo sul mare (adesso è il mare?), non ricordo quando, forse poco fa, oppure durante la stagione morta… quelle casette rosse e gialle che sembrano un presepe…

Credo di essere giunto, scorgo un tavolo vuoto e delle sedie. L’interno di questa specie di locanda è gremito di gente che manda un odore non buono. Cerco inutilmente qualcuno cui presentarmi, ma trovo soltanto un tipo vestito da tirolese il quale, tutto gentile, m’informa che gli ospiti sono andati alla stazione a ricevere… (pronuncia un nome, io faccio ah sì, però non capisco chi). Bene, penso insieme a molti altri pensieri, perlomeno sono nel luogo giusto. Mentre prendo posto riconsidero la strana sequenza di circostanze che mi hanno condotto sin quassù (dove?).

(Rivaz, Lago Lemano, notte tra 8 e 9 aprile 2012. Come da foto.)

6 responses to “I misteri di Morges”

  1. Avatar giacinta

    sembrerebbe una “vertigine” temporale… Chi sei stato lì?:)

  2. Avatar Pim

    Più semplicemente un sogno, uno dei miei: a Morges mi ero fermato nel pomeriggio precedente (stavo facendo un breve viaggio intorno al lago di Ginevra). Poi, come spesso capita, durante la notte ho messo insieme e frullato un po’ di cose.
    Lo so, dovrei sognare la maturità come fanno tutti, ma non mi viene… 🙂

  3. Avatar rosy
    rosy

    che cosa non fa la nostra mente nei sogni…. vorrei tanto sapere cosa sono e perchè, da cosa dipendono…

  4. Avatar Pim

    La via regia che conduce all’inconscio è spesso piena di buche e deviazioni… 🙂

  5. Avatar PuntoG

    Le minestre di verdura donerebbero Pim-sogni più sereni 🙂
    Buonanotte
    PuntoG

  6. Avatar Pim

    A ripensarci, la sera precedente avevo assaggiato la versione elvetica dello zuppone alla porcara… potrebbe essere… 🙂

Rispondi

Pim

A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.

(Umberto Eco, Il pendolo di Foucault)

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