(Kemer, Turchia meridionale, agosto 2005)

P1000622Il Viale Ceccarini di Kemer si chiama Bulvari Atatürk. Si apre alla vista un’infilata di negozi d’abbigliamento, souvenir, di gioiellieri e mercanti di tappeti. Sulla soglia di ognuno sta un omino che mentre cammini ti si para davanti e, con un cenno gentile della mano, invita ad entrare. All’inizio, la cosa sembra pure divertente e stai al gioco: entri, guardi tutto, poi esci e tanti saluti. A lungo andare, la faccenda si fa però stancante. Ogni volta un sorriso, un gesto di diniego, poi ci si allontana con la voce dell’omino alle spalle che insiste con tono querulo. Guai fermarsi davanti ad una vetrina, allora, neppure per una frazione di secondo. O, peggio, indicare una t-shirt, un braccialetto, un oggetto qualunque. Il pressing si rinnova asfissiante e diventa complicato liberarsi dalla logorrea a maglie strette di questi levantini.

Quando si decide di dare un’occhiata alla merce, lo si fa nei negozi forniti di aria condizionata o – alla meno – di ventilatore. Ancora intorno alla mezzanotte i termometri misurano stabilmente i 30 gradi e, quel ch’è peggio, l’80% di umidità. Un solo attimo di refrigerio appare provvidenziale. L’omino ti chiede subito da dove vieni, sfoderando un improbabile inglese oppure qualche vocabolo russo. Se infatti la metà dei turisti che assaltano la costa meridionale della Turchia è italiana, l’altra metà è rappresentata dalla ricca borghesia della molto ex Unione Sovietica. Appena si pronuncia il nome del nostro Paese, l’omino si apre invariabilmente ad un sorriso smagliante seguito da alcune stentate parole – le stesse, ogni volta. “Oh, italiano… Buonasera, come stai?”. Una sera un tale, dopo avermi stretto con enfasi la mano, sibila: “Italia… Belluscone” e poi strizza l’occhiolino. Classici i riferimenti calcistici, i quali permettono di attaccar bottone anche con il turista più recalcitrante. “Italia, Juventus”. E qui l’orgoglio bianconero apre disgraziatamente un varco nel quale l’omino si butta a capofitto. Uno mi chiede se conosco Hakan Sükür. Come no: con la maglia del Galatasaray ci rifilò una caterva di gol in svariate edizioni della Champions League, tanto che, per togliercelo di torno, pensammo perfino di comprarlo. Poi lo prese il Torino, rimase un paio di mesi durante quali non vide palla e se ne tornò a casa sua incazzato nero. Naturalmente anche l’omino conosce la storia, forse è più incazzato con noi italiani dello stesso Sükür, però sorvola. Lui è lì per vendere, mica per far polemica.

Il commerciante turco ha nel Dna la tipica astuzia levantina: detto brutalmente, tenta sempre di fregare il turista. Il bello è che ci riesce. Anche quando, al termine di estenuanti trattative, riesci a spuntare il prezzo che vuoi, rimane il dubbio di aver soltanto fatto il suo gioco. E poi la merce. Un mucchio di camicie Dolce & Gabbana, t-shirt firmate Nike, scarpe Prada, borse Gucci o Yves St. Laurent, profumi marca Chanel. A prezzi irrisori, perché è – ovvio – tutta roba taroccata. Dal canto suo, il governo turco chiude entrambi gli occhi e non fa una piega: il mercato di articoli contraffatti porta ricchezza, pecunia non olet. Per ciò che riguarda l’abbigliamento, bisogna pur ammetterlo, la qualità dei prodotti si dimostra apprezzabile: il cotone turco è forse il migliore del mondo – basta non dirlo agli egiziani…

Giulia nota una borsa di Gucci: prezzo di partenza, ottanta euro. No, troppo, buonasera. Il negoziante si finge indignato, poi scende a sessanta e quindi a cinquanta. Se fosse davvero Gucci non basterebbe una cifra dieci volte tanta, ma Giulia non cede. Lui le porge allora una calcolatrice: fai tu il prezzo. Io la avverto: guarda che se proponi troppo poco, ti manda a stendere di brutto e la borsa la saluti. Lei ci pensa un attimo e poi scrive trenta euro. Chiudo gli occhi: adesso la prende a cannonate. Macché: il turco accetta al volo, con una fretta che a questo punto pare sospetta. E, come se non bastasse, al momento di pagare fa pure lui l’occhiolino. Delle due l’una: o sono il suo tipo, oppure ci ha buggerati.

8 responses to “Bulvari Atatürk”

  1. Avatar Douceamère
    Douceamère

    Buona la seconda 🙂
    Grande Pim ! Per qualche minuto sono stata in vacanza, non nella via che hai citato tu ma al gran bazar di Istambul. Vedi ? Le vacanze arrivano anche quando non ce le aspettiamo ! Questione di attimi (fuggenti ? Mah)
    Un abbraccione

  2. Avatar Alex

    Anch’io per qualche minuto sono stato in vacanza al gran bazar di Ventimiglia…perdono…volevo dire al gran bazar di Istambul. Confermo bellissimo post manca solo l’odore del tabacco e delle spezie…

  3. Avatar Pim

    @ Douceamère e Alex:
    Il Bazar di Istanbul evoca un’altra storia, quando rischiai forte di perdermi nel suo dedalo di viuzze… Avevo promesso a Prishilla questo racconto, devo soltanto trovare un po’ di tempo per metterlo nero su bianco – ma lo farò.
    Grazie, buona serata.
    Pim

  4. Avatar Douceamère
    Douceamère

    Sorry, IstaNbul..

  5. Avatar dragor
    dragor

    Presto si chiamera’ Bulvari Erdogan, visto che il bigotto sta distruggendo tutto quello che Ataturk ha costruito. Per fregare i levantini, un sistema infallibile: dici il tuo prezzo, poi volti le spalle e te ne vai. Se gli interessa, ti richiama.
    Splendido post. Mi ricorda il piacere di perdersi nei souk.
    dragor (journal intime)

  6. Avatar Pim

    L’Occidente considera Erdoğan un moderato, in questo periodo fa affidamento su di lui in funzione anti Assad, ma – appunto – è un furbo levantino, meglio non fidarsi. Capace che non ti richiami proprio… 🙂
    Grazie Dragor, a bientôt.
    Pim

  7. Avatar Tesea

    Sospetta ambiguità di Erdogan? Bè, in effetti la sua ascendenza risale a Bisanzio, celebre per i bizantinismi.
    Tesea

  8. Avatar Pim

    … e Bisanzio discende da Roma. Tout se tient!
    Pim

Rispondi

Pim

A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.

(Umberto Eco, Il pendolo di Foucault)

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