RaffaelloL’ampia hall era stipata di congressisti
che sciamavano rumorosamente dalla sala ristorante, tra clangori di posate nei
piatti e sedie trascinate sul pavimento di marmo. Il tono delle voci era
garrulo, quello tipico di chi profitta di eventi del genere per gustare la
buona tavola, la compagnia e il tempo libero tra le varie attività. <<… D’altra
parte non ho ancora avuto il tempo di vedere la città >>, esclamò una
giovane donna appartenente a un nutrito capannello. << Puoi farlo
domattina >>, rispose una collega, << Il convegno inizia alle nove,
il centro sta a un quarto d’ora da qua >>. Intervenne un ragazzo
occhialuto: << Se ti alzi presto puoi visitare brevemente la cattedrale
che apre alle otto. Merita >>. << No >>, rispose quella che
aveva parlato per prima, << Intendevo piuttosto fare un giro, entrare in
qualche negozio, comprare… >>. << Andiamoci ora, dai, ci sono dei
locali carini. >>. << Sì, beviamo una cosa tutti insieme… Che ne
dici Raffaello? >>.

Il cattivo umore nel quale
Raffaello indugiava l’aveva indotto a tenersi fuori dalla discussione. Gli
mancava la voglia di bevute e spiritosaggini alle quali l’invito alludeva.
Coglieva nei colleghi, e soprattutto nelle colleghe, l’insensibilità di persone
che stanno invecchiando male, che si illudono di una libertà dalle convenzioni
solo apparente. Sentiva il desiderio di assentarsi, perciò aspettava il momento
in cui nessuno più badasse a lui. << Stasera sono stanco >>, disse allora sfoderando un sorriso d’ordinanza, << Ci vediamo
domani >>.

Roberta, che aveva accennato ai
locali carini, lo scrutò dagli occhiali in su. Conosceva bene l’istinto da
viveur di Raffaello, spesso l’aveva accusato di avere la mente fissa solo ai
successi sessuali. Pensò, dunque, che quella inconsueta ritrosia nascondesse un
segreto, che avesse preso di mira qualche donna, e la gelosia le stava
crescendo nel petto. Al contrario, lui ricambiò distrattamente lo sguardo che
gli altri gli avevano appeso addosso. Temeva soprattutto che la proverbiale
aggressività di Roberta gli esplodesse in quei giorni tra le mani. Non si
poteva certo definirla una donna virtuosa, durante i convegni condividevano sesso
clandestino e senza rimorsi, ma era incapace di sopportare la frustrazione di
non essere l’unica nella sua vita. Comprensibilmente, desiderava confermarsi
agli occhi di lui come la migliore, e i suoi eccessi carnali andavano forse a
compensare i tratti somatici piuttosto grossolani che non la rendevano particolarmente
seducente. Raffaello pensava di non avere colpa se era innamorata, o infatuata,
non si sentiva responsabile dei sentimenti altrui.

<< Si può sapere che cazzo
ti ho fatto? >>, chiese Roberta non appena riuscì a prenderlo da parte
all’imbocco del corridoio che conduceva al centro benessere. A cena aveva
bevuto più di quanto convenisse, esibendo per giunta una fastidiosa possessività che non era passata inosservata. << Niente, Ro, stai
tranquilla. Sono un po’ giù di corda, tutto qui >>, cercò di
disinnescarla. << E vuoi che io ti creda? >>, si animò invece lei,
<< Che adesso non ce la fai a prendere per il culo tua moglie, continuare
a metterle le corna… >>. << Te l’ho spiegato, Ro, è un momento in
cui ho bisogno di riflettere >>. << Ma, cristo, ti senti quando parli?
>>, e un robusto insulto riecheggiò sopra la sua testa.

Il roof garden apriva alla vista
il golfo e il crinale della costiera che si sperdeva nell’oscurità. Nell’aria
galleggiavano profumi estivi e in cielo era appeso il faccione tondo della luna
piena. Finalmente solo, Raffaello teneva ora le mani in tasca e la mente
occupata in un lavorìo non del tutto consapevole – come quando si esita nel
dormiveglia. Aveva sempre confidato nella propria buona stella, cullato dalla
sicurezza di sé si abbandonava alle avventure erotiche con piacevole
nonchalance. Si vedeva come un uomo attraente, capace di passare impunemente
attraverso il gioco della seduzione senza caderne preda. L’ultima scappatella
ad Ascona aveva però dissipato quell’alone pervasivo di autocompiacimento.
Silvia gli si era avvicinata durante il break coffee pomeridiano, con la scusa
di qualche tematica che non riceveva adeguato trattamento. Si erano incontrati
nuovamente nel dopo cena, poi trattenuti fino a tarda ora sulle comode poltrone
della hall. Senza tanti preamboli, avevano infine fissato di continuare la
notte in piacevole accordo. Un incontro eccitante, di quelli casuali, senza
inutili complicazioni, come gli accadevano spesso ai congressi o a qualche
conferenza. Poco importava che, stavolta, capitasse nel bel mezzo dei
preparativi per le nozze con Vittoria: si trattava, come al solito, di una pura
e semplice divagazione, nulla di male tra adulti consenzienti. Invece, qualche
giorno dopo, durante l’orario ambulatoriale, il numero di Silvia gli risuonò
sul cellulare. Una voce d’uomo si accertò che stesse parlando con la persona
giusta e poi si qualificò. A Raffaello occorsero diversi minuti per
rendersi conto che costui, il marito o il compagno di lei, lo stava pericolosamente
minacciando. “So chi sei. Adesso ti sputtano con la tua donna, poi vengo a
cercarti in ospedale e ti massacro”. In un soffio, il mondo gli crollò addosso.
Il suo mondo vanitoso fatto di sesso facilmente accessibile, di conquiste con
toccata e fuga, di divertite autoassoluzioni. Ma anche il matrimonio imminente,
la reputazione che si era costruito, il prestigio sociale della famiglia di
provenienza, la carriera accademica. Caduto nello sconcerto più assoluto, si
rivolse in via confidenziale a un avvocato che, dal canto suo, cercò di rassicurarlo:
la legge gli concedeva ampi mezzi per difendersi da una tale aggressione. Fortunatamente
quanto inaspettatamente, invece, quell’uomo non diede esito alle intenzioni, e
così, a seguito anche delle nozze celebrate di lì a poco, l’eco della vicenda
si era pian piano spenta nella memoria. Non aveva smesso di provocare
l’interesse femminile, ma la cautela aveva velato i suoi approcci fino a
renderli quasi del tutto platonici, una specie di virtuosismo, un esercizio di
stile esibito ormai per abitudine più che per convinzione.

Raffaello aveva gettato qualche
ragionamento sul senso del suo ritiro dall’agonismo erotico. Pareva impensabile
credere che fosse soltanto per la paura provata, d’altronde non avrebbe mai
smesso di giocare perché il gioco gli era scappato di mano. Gli
sembrava tuttavia verosimile che, quasi senza rendersene conto, avesse progressivamente
spostato le sue battute di caccia nell’ambito di uno svago illusorio. In
effetti, viveva ormai nel più regolare dei matrimoni, con tutte le sue
convenzioni e le abitudini: amava abbastanza Vittoria e verso di lei nutriva
una serena riconoscenza per la piccola Valentina, nata sei mesi prima. Questa
era forse la realtà: una comoda, confortevole realtà nella quale si era adeguatamente innicchiato. Al di sopra, esisteva purtuttavia un altro piano
di realtà in cui, con commovente attaccamento, continuava la propria
adolescenza irrequieta trasformata ora in una rappresentazione innocua, via via
meno interessante, un autoinganno consumato in compagnia di donne compiacenti
ma, tutto sommato, sempre più estranee.

Mentre si riproponeva ancora tali
considerazioni, Raffaello prese l’ascensore e, sceso al proprio piano, s’incamminò
per un lungo androne moquettato. Controllò il cellulare, nessun messaggio, poi
cercò nella tasca interna della giacca la tessera magnetica della stanza. Quando
levò lo sguardo, vide che sulla soglia lo attendeva Roberta. Era scalza, i
piedi nudi allargati sulla superficie soffice del tappeto, e il négligé nero satinato,
leggermente trasparente, le copriva appena le ginocchia. L’espressione dipinta
sul viso non lasciava spazio alle interpretazioni e perciò le sue parole aggiunsero
appena un tocco di compiaciuta malizia: << Stanotte non mi va di restare
da sola >>.

In fondo, concluse Raffaello
mentre la porta si apriva con uno scatto secco, bisogna avere il coraggio dei
propri vizi.

(Settembre – ottobre 2013)

7 responses to “Raffaello”

  1. Avatar rosy
    rosy

    questo tuo scritto l’ho bevuto in una lunga sorsata, ed è la prova che la letteratura, il racconto, aiutano a trovare un senso….
    …. però, scusa, non ho capito se alla fine tra i due succede qualcosa oppure no.

  2. Avatar Pim

    La storia non ha una morale (o ne ha molte), il finale perciò è aperto. Ognuno può fare le inferenze che crede, in base a ciò che ha letto, capito, pensa, ha mangiato a pranzo… 🙂

  3. Avatar giulia/Emilia

    Mi piace che il finale sia aperto, rende il racconto più affascinante.
    Un caro saluto

  4. Avatar Pim

    Grazie, sei sempre gentile.
    Un caro saluto.
    Pim

  5. Avatar irenespagnuolo

    Bisogna avere il coraggio dei propri vizi…!!!
    Pim, questo pensiero te lo ruberei, accidenti. Perfetto per una infinita serie di racconti aperti. Magnifico come tutto il post!
    Un abbraccio Pim
    Irene

  6. Avatar Pim

    In confidenza, Irene, io per primo ho rubato la citazione: appartiene al personaggio interpretato da Toni Servillo nel film Il gioiellino di Molaioli. Ti dirò di più: ho cominciato a scrivere il brano proprio da questa frase.
    Grazie, ciao.
    P.

  7. Avatar irenespagnuolo

    Una catena di racconti…Da Servillo in poi 😉

Rispondi

Pim

A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.

(Umberto Eco, Il pendolo di Foucault)

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