Tumblr_nq6aa1PSnt1tt27eno1_500Il poliziotto che la sera dell’8 dicembre 1980 perquisì Mark David Chapman, mentre due colleghi soccorrevano inutilmente John Lennon, gli trovò tra le mani The Catcher In The Rye. « I'm sure the large part of me is Holden Caulfield… The small part of me must be the Devil », disse Chapman subito dopo l’arresto. E non scherzava.

Il fatto sta a dimostrare che, una volta pubblicato, un testo non appartiene più all’autore bensì al lettore. Ognuno è libero di trovare il significato che crede, traendone le opportune conseguenze (possibilmente senza arrivare a uccidere qualcuno). Il testo è una macchina generatrice d’interpretazioni, sostiene Umberto Eco: interpretazioni che, tuttavia, devono trovare giustificazione nel testo stesso. Se affermassi che Manzoni utilizza la peste di Milano come profezia di un'invasione degli Ufo prossima ventura, non sarei un lettore adeguato ma uno psicotico. Il povero Salinger non può essere dunque ritenuto responsabile se un certo Mark David Chapman si identificò talmente con il giovane Holden da voler punire il proprio cantante preferito per aver tradito gli ideali di una generazione.

A parte certi casi patologici, comunque, il lettore ne sa spesso più dello scrittore. Può capitare, infatti, che esso riconosca effetti di senso di cui l’autore non è minimamente consapevole. Nella mia piccola – ma ormai piùchedecennale – esperienza di forumista e blogger ho scoperto non di rado significati imprevisti nei miei post grazie ai commenti lasciati dai lettori. E, sinceramente, qualche volta mi sono trovato in difficoltà ad ammettere di non averci minimamente pensato.

Cosa vuol dire però non ci avevo pensato? Che non ho il controllo sui miei pensieri? O, per dirla alla Hillman, che scrivo sotto dettatura del mio demone? Questo dubbio, in effetti, ogni tanto mi assale: ma prima di darmi del matto da solo provo a risolvere la questione in maniera elegante. Il testo comincia a vivere di vita propria nel momento in cui qualcuno ne fruisce: a quel punto l’autore non c’entra più nulla. Sosteneva lo stesso concetto anche Lucio Dalla. Anzi, citando ancora Eco, l’autore dovrebbe morire per non interferire con il cammino del testo, diventato autonomo dopo la pubblicazione.

Io, che non sono uno scrittore, posso evitare di morire e, al più, limitarmi a un fastidioso maldipancia. Se un giorno però decidessi di diventarlo, farò in modo di essere pubblicato postumo. Come Tomasi di Lampedusa. E che i miei eredi si scannino pure per l’eredità!

(Dedicato a L.U.)

4 responses to ““I’m sure the large part of me is Holden Caulfield…””

  1. Avatar dragor
    dragor

    Credo che tutti, anche gli analfabeti, siano personaggi di una storia. C’è sempre qualcuno che la scrive per loro e che a sua volta è stato scritto.
    dragor (journal intime)

  2. Avatar Prishilla

    Io scrivo sotto dettatura del mio demone. 🙂

  3. Avatar Pim

    @ Dragor:
    Siamo tutti narratori e narrati – o potenzialmente narrabili -, vero. Sempre alla ricerca di un senso da attribuire agli eventi, alla storia della nostra vita.

  4. Avatar Pim

    @ Prishilla:
    Ebbene sì, anch’io – lo confesso. Il mio demone è esigente però, tutto sommato, piuttosto benigno e, soprattutto, provvisto di un certo senso dell’umorismo. Quando ha finito di dettare e io di scrivere ci andiamo a prendere un caffè insieme.

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Pim

A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.

(Umberto Eco, Il pendolo di Foucault)

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