La pronuncia sbagliataSepúlveda, non Sepulvèda.
Cortázar, non Cortazàr.
(Certi giornalisti sono tremendi…)
 
La pronuncia sbagliata di un nome rientra in una categoria di scorrettezze che non danneggia nessuno: come chi va in giro con la barba lunga perché non ha voglia di radersi, porta le scarpe gialle con un vestito blu, usa lo stuzzicadenti a tavola. Basta non guardare o far finta di niente.
L’accentazione scorretta non produce danno alcuno: di solito si capisce ugualmente di chi o che cosa si sta parlando. Non succedono guai, non casca il mondo, la salute non ne risente. Così come le scarpe gialle col vestito blu. Al più, si dimostrano i limiti della propria preparazione culturale (e chi non ne ha?).
Insomma: non bisogna esagerare ad essere pignoli.
Una pronuncia sbagliata compromette però qualcosa di indefinibile che sarebbe giusto rispettare. Forse lo stile, forse la buona educazione, la considerazione per le persone e per il mondo che ci circonda. Chissà…

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Pim

A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.

(Umberto Eco, Il pendolo di Foucault)

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