Il professor G.Il professor G. è cambiato. Ha cambiato la foto di copertina, i capelli sono più bianchi e il viso appare segnato, leggermente smagrito. Ha cambiato inoltre certe note biografiche. E residenza. Ora vive a Roma. Dovrei stupirmi – in effetti trasalisco leggermente – ma poi non vedo perché. L’ha seguita, ovviamente.
Davanti agli occhi ho l’immagine di un cocker spaniel al guinzaglio di una signora bionda a Villa Borghese.
Sogghigno.
Lo stile non è cambiato, invece: occhiali dalla montatura vintage, giacchetta a quadri, camiciotto bianco ampiamente sbottonato. E gli piacciono sempre le stesse cose. Anche Henry Miller, suppongo con malizia. La signora bionda dovrebbe saperne qualcosa.
Poiché non ho motivo di credere che se la stia passando male, dalle informazioni e dalle immagini che il professor G. propone traggo un utile insegnamento: non esiste nessuna morale, le nostre storie di vita si reggono sull’equilibrio fittizio del caso, sulle circostanze fortuite, sulle situazioni effimere, senza alcuna logica apparente.
È così, semplicemente così. Ed è bellissimo.

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Pim

A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.

(Umberto Eco, Il pendolo di Foucault)

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