
Greta usa toni apocalittici, alterna rimproveri ed anatemi come un mistico medioevale, le sue espressioni possono risultare fastidiose alle orecchie di un Illuminista del XXI secolo. Al di là degli atteggiamenti da novella Giovanna d’Arco, però, Greta Thunberg sta rendendo salienti temi ambientali per i quali la comunità globale ha mostrato finora scarsa consapevolezza. Ci richiama a un senso di responsabilità nei confronti della terra che abitiamo e di cui non ci prendiamo sufficiente cura. Di questo bisogna darle esplicitamente atto, a parte la simpatia o la antipatia che le sue smorfie possono suscitare.
Il suo è un approccio empatico, sanguigno, non esente da forzature, tipico degli adolescenti: è un approccio emotivo e non tecnico, non dobbiamo dunque aspettarci argomentazioni scientifiche o sociologiche che non le competono. Greta è l’evangelica vox unus clamantis in deserto, ostinata e insopportabile come una sassaiola ma necessaria. Una voce che sembra arrivare dal passato e che ci mette in guardia sul futuro. Una voce che esige una conversione assoluta, incondizionata, non più procrastinabile.
Una conversione non impossibile e che non riguarda solo i governanti delle Nazioni Unite. Ciascuno di noi può metterla in pratica a cominciare dal proprio giardino, dal terrazzo di casa, dedicando un po’ del nostro tempo a disposizione per occuparci dell’aria che respiriamo, dell’acqua che consumiamo, del suolo che calpestiamo. Siamo cittadini del mondo investiti da una piccola missione quotidiana: farci portatori operosi di speranza per un domani sostenibile e più vivibile di quello cui stiamo andando incontro.
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