Le persone che conoscono il dolore hanno sempre un modo speciale di incontrarsi. Come se le loro traiettorie esistenziali si attraessero in virtù di una forza gravitazionale misteriosa. Succede, per qualche insondabile ma inevitabile ragione. Forse è l'esperienza stessa del dolore a emettere una luce di frequenza particolare – ho in mente l'immagine di un faro nella notte che segnala la propria presenza non per respingere ma, al contrario, per richiamare l'altro a sé.
Ci si riconosce e ci si avvicina con movimenti lievi, senza sapere niente l'uno dell'altro; ci si accoglie con le braccia distese in segno di pace mentre sul volto si apre un sorriso spontaneo. È un miracolo che a volte si compie, sorprendente, inatteso. È uno stato di grazia che tocca le corde del cuore con la punta delle dita, lisciando ogni ruga, soffiando via le tracce degli affanni, lasciando intuire spiragli di serenità.
Non è buio e non si è soli. Il freddo non ha accesso. Si torna a respirare.
In quel momento il tempo si fa definitivamente presente.





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