"[La gelosia] Si riferisce ad un amore che il soggetto sente come suo e che gli è stato portato via o è in pericolo di essergli portato via da un rivale. Nel significato corrente, un uomo e una donna si sentono privati della persona amata da una terza persona." (Melanie Klein, Invidia e gratitudine)

Sulla gelosiaLa gelosia è un sentimento da cui mi tengo lontano. Se è vero che ero geloso da ragazzo, quando cominciavo ad avventurarmi nel fantastico mondo delle emozioni e mi sentivo piuttosto insicuro, nel tempo mi sono distaccato da questa modalità di pensiero fino ad avvertirla come estranea. Ho imparato che non si può rivendicare un possesso sulla persona cui si vuole bene: ciascuno ha una sfera di libertà personale e gestisce le relazioni sociali nella maniera che ritiene più opportuna. Ho imparato che la gelosia è un sentimento per lo più irrazionale, immotivato e genera inutili sofferenze. E che, proprio per questo, chi la prova può mettere in atto comportamenti abnormi, incontrollati, distruttivi.

I manuali di psichiatria definiscono la gelosia un insieme di idee deliranti, non corrispondenti alla realtà e non modificabili. Lo so che non si può patologicizzare ogni comportamento altrimenti anche l’amore sarebbe un delirio (alcuni studiosi in effetti sostengono questa teoria), però non v'è dubbio che la gelosia sia una forma di delirio. Ed è tale aspetto a spaventarmi. Conosco diversi casi in cui persone afflitte da una irriducibile gelosia sono andate letteralmente fuori di testa.

Alla persona amata dovrebbe legarci un sentimento di sana e naturale appartenenza. Qualcuno la definisce gelosia romantica, perché è normale che si tema di perdere l’oggetto d’amore. Basta solo che tale sentimento non diventi morboso, non s’infarcisca di intuizioni e interpretazioni abnormi che condizionino il rapporto di coppia. La gelosia diventa allora patologica, un disturbo mentale, in quanto non è più solo un’emozione transitoria e gestibile ma può causare patimenti indicibili al partner e a sé stessi.

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Pim

A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.

(Umberto Eco, Il pendolo di Foucault)

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