Aver denaro significa avere tempo
"Sono sicuro che non si può essere felici senza soldi. Ecco tutto. Non mi piacciono né la facilità né il romanticismo. Mi piace rendermi conto. Ebbene, ho notato che in certe persone superiori c’è una specie di snobismo spirituale che le porta a credere che il denaro non sia necessario alla felicità. È stupido, è falso, e, in un certo senso, vile. Ci vuole del tempo per essere felici. Molto tempo. E quasi sempre ci logoriamo la vita a guadagnare denaro, mentre bisognerebbe, col denaro, guadagnarsi il tempo. Avere denaro significa avere tempo. Non si esce di lì. Essere o diventare ricchi significa avere tempo per essere felici, se si è degni di esserlo."

(Albert Camus, La morte felice)

Commento sottilmente provocatorio, quello di Camus, va letto con attenzione. Il possesso del denaro ci libera dalle preoccupazioni quotidiane, che ci costringono a tirare avanti sacrificando risorse, speranze, le aspirazioni più intime. Il denaro non si identifica con la felicità ma ne è la condizione necessaria, in quanto può contribuire a regalarci del tempo da dedicare a noi stessi. La chiave di lettura del pensiero di Camus sta nell'ultima frase: avere del tempo a disposizione per amarsi e prendersi cura di sé significa rendersi degni di essere felici. È questa premurosa attenzione che dedichiamo alla nostra vita interiore (alla nostra anima, avrebbe detto Platone) ad arricchirci veramente.

3 responses to ““Avere denaro significa avere tempo””

  1. Avatar Maria Gabriella Olocco
    Maria Gabriella Olocco

    CONCORDO IN TUTTO E PER TUTTO.

  2. Avatar Maria Gabriella Olocco
    Maria Gabriella Olocco

    Concordo pienamente in tutto e per tutto con il pensiero di Paolo Maria Iraldi.Continua così caro Paolo… Sarò una tua assidua lettrice… Complimenti per la tua grande sensibilità….

  3. Avatar Pim

    Grazie Maria Gabriella, mi fa piacere che tu segua questo piccolo blog che vagula nel web come un’animula blandula.
    P.

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Pim

A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.

(Umberto Eco, Il pendolo di Foucault)

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