E adesso la pubblicitàLe pubblicità televisive sono diventate da un giorno all'altro curiosamente anacronistiche. Così affollate di gente, di automobili, così piene di shampoo e brioches, di gorilla e assicuratori, raccontano un mondo che in questo momento non c'è. L'effetto è straniante, se non stridente. Si potrebbe persino perdere la ragione, non ci sarebbe nulla da stupirsi.
Capisco ora meglio lo stato d'animo degli abitanti del Nordafrica – egiziani, tunisini, maghrebini – quando guardano incantati i programmi delle nostre televisioni commerciali. Siamo altro e altrove da quella quotidianità lineare dai ritmi alienanti in cui fino a un mese fa stavamo giocoforza innicchiati. Giudicavamo scontata, risaputa, banale quella routine da cui con fastidio ci sentivamo avviluppati, risucchiati.
Tenendo gli occhi sgranati siamo adesso qui davanti allo schermo a sognarci un misero analcolico biondo da gustare in compagnia. Entro pochi secondi dovremo invece recuperare le distanze ottimali per riconnetterci con la realtà spettrale in cui un genio incantatore e maligno ci ha improvvisamente asserragliato.

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Pim

A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.

(Umberto Eco, Il pendolo di Foucault)

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